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giovedì 25 aprile 2013

l'ombra del novantesimo





















L'esercizio sul calcolo delle probabilità d'errore di un calcio di rigore deve tener conto di alcuni fattori;  è più alto il rischio di sbagliare per chi ha paura del portiere che gli sta di fronte. Io, per esempio, devo stare sempre molto attento a ciò che faccio e una personalissima propensione alla nostalgia, è sicuramente uno dei fattori di cui debbo tener conto per ridurre la mia propensione all'errore. In verità non si tratta di calci di rigore, no, non è di calcio che sto parlando, ma il calcio non è del tutto estraneo a tutto ciò.

Un comportamento irrazionale e meccanico, un'attitudine alla ricerca certosina di tutte quelle persone che hanno fatto parte della mia vita, ma che sono state inevitabilmente inghiottite dal tempo. Molte sere mi intrattengo parlando con degli sconosciuti provando a spiegare loro questo mio disturbo del comportamento, una volta in particolare ricordo di aver chiesto a degli allevatori di bestiame dell'entroterra lucano di provare a rinchiudermi in una delle loro stalle, dicevo:
«Rinchiudetemi in una stalla, aspettate che mi passi questa maledetta nostalgia per i tempi andati, obbligatemi a guardare non so, il ruminare stupido di una vacca, oppure il piscio fragoroso di una cavalla, costringetemi a non fare casini, a non far cose di cui potrei pentirmi il giorno dopo, vi prego.»
Forse dovrei smettere di preoccuparmi tanto o, molto più realisticamente, dovrei semplicemente smettere di giocare col tempo passato.

Quel pomeriggio mi attaccai al telefono per chiamare Riccardo. Quando eravamo solo due bambini stupidi e spietati ci divertivamo scaraventando nella vetrinetta a muro della scuola elementare che frequentavamo, i nostri compagni di classe, oppure interrompendo a bastonate la copulazione di due poveri cani randagi. Avevo un debole per il modo di fare di Riccardo, lui non era come tutti gli altri, lui aveva qualcosa di speciale, qualcosa che lo differenziava da tutti gli altri stupidi teppistelli, lui aveva talento: una naturale e onesta dedizione criminale. Come succede spesso dopo le scuole dell'obbligo io e Riccardo c'eravamo persi di vista, ma qualche tempo fa, durante uno sciopero dei benzinai c'eravamo ritrovati insieme alla coda della cassa dell'unica stazione di servizio aperta. L'avevo riconosciuto subito nonostante un orribile giacca a vento che gli arrivava alle caviglia e marcata con la scritta S.S.C. Viribus Unitis. Mi aveva raccontato della scuola da perito elettrotecnico, della moglie e dei suoi tre bambini, del lavoro da magazziniere al Discount Polletti il supermercato che faceva anche da sponsor alla Viribus, la squadra di calcio dove giocava; non sembrava che se la passasse male, ma di certo non aveva la faccia di uno che se la passava bene. Era in perfetta forma fisica, nel suo caso le tragedie del tempo non avevano prodotto l'imbolsimento, i gonfiori o l'ispessimento e la dilatazione del ventre che sono tipiche delle persone della nostra età. Quel giorno, subito dopo averlo salutato, ripensai all'incontro e un po' ci rimasi male, non certo per aver rivisto un mio vecchio compagno di giochi, ma per aver scoperto che lui: Riccardo, il mio modello da ragazzino, la mia prima guida di vita, non era diventato ne un fuorilegge ne uno sbandato. Ero semplicemente deluso di non vedere nei suoi occhi il brillare di quella che una volta credevo essere una crudeltà spietata. C'eravamo lasciati con la promessa generica di beccarci per un caffè, ma avevo il concreto sospetto che non l'avrei mai chiamato, ne per un caffè, ne per qualsiasi altra cosa; non avrei mai avuto voglia di passare del tempo con un tipo come lui, uno che andava in giro con una giacca a vento fino alle caviglie.

Vivo da solo, ma la via della solitudine non è stata una scelta, mi sono ritrovato da solo senza che lo volessi, forse a scegliere sono stati gli altri oppure isolato per un semplice calcolo statistico, o ancora messo da parte per la puzza di una vecchia micosi. Inizialmente ne ho sofferto, sono quasi impazzito all'idea di non essere una delle vertebre di quella che credevo essere la grande colonna della società efficiente, per un lungo periodo mi sono disperato della mancanza di un qualsiasi rapporto sentimentale, ma poi ho provato a ricavare dalla mia solitudine tutti i lati positivi ed ho scoperto che l'aver abbandonato i piaceri della compagnia comporta dei privilegi e dei benefici altrettanto spassosi. 
Quel pomeriggio – quando decisi di aggrapparmi alla cornetta del telefono – ero libero dal lavoro e quando il sole si rintanò dietro al palazzo difronte casa mia, sentii come la necessità di fare una chiamata. Con il sole era sparito anche l'unico sistema di riscaldamento in funzione in quel momento e sul mobile in cucina c'erano solo i panini di due giorni prima. In mattinata era passata mia madre, le buste della spesa attraverso cui riuscivo a intravedere una confezione di uova e dei surgelati imperlati di gocce d'acqua, lo testimoniavano. Nella semi oscurità del tardo pomeriggio cercai nell'elenco del telefono Talassico Riccardo. Alla voce Talassico corrispondevano sette nomi incolonnati in ordine alfabetico. Nella stanza la penombra era spezzata dall'illuminazione che arrivava dalla strada; le luci giallastre dei lampioni si mischiavano al verde del prato luminoso proiettato dalla TV sintonizzata su di una partita dei sedicesimi di coppa Italia. A tentoni mi attaccai al telefono e composi lentamente il numero. Quando il LA del telefono iniziò a risuonare provai una strana sensazione di vergogna, un piccolo cedimento temporaneo. In un attimo di lucidità, riuscii anche ad appurare quanto fosse assurda quell'azione, odiai per un'attimo quella nostalgia infantile. Riattaccai la cornetta prima che dall'altro capo qualcuno potesse rispondermi, il silenzio era rotto solo dal ronzio monocorde di quella telecronaca soporifera, diedi un occhio alla TV scorgendo appena l'azione caparbia di un terzino impertinente nell'aria avversaria.

Il muro di cemento che circondava gli spalti in tubolari di ferro e il campo da gioco in terra battuta, era pieno di scritte d'amore, di insulti e disfide calcistiche che io non potevo capire e i cui destinatari potevo solo immaginare. I fari dello stadio erano stati spenti non da molto, un bagliore fioco, simile a quello di una candela imprigionata dalle dita per essere smorzata, colorava ancora il bussolotto in vetro delle lampade alogene. Una nebbia densa avvolgeva i capannoni e i depositi che circondavano l'impianto sportivo. Dalla nebbia appoggiata sull'asfalto corroso dello spiazzo antistante l'ingresso emergevano solo il corpo rettangolare del botteghino e un'automobile parcheggiata di fianco al cancello. L'auto ondeggiava in modo quasi impercettibile, un movimento che i miei occhi quasi non vedevano, ma che sembrava arrivarvi subliminalmente ad ipnotizzarmi. Mi avvicinai a piedi e con discrezione all'auto in sosta. I vetri dei finestrini erano tanto appannati che non mi era possibile vedere quello che stava accadendo all'interno. Pur capendo che chiunque giacesse all'interno non aveva voglia di farmi partecipe della loro attività, strofinai infantilmente la mia mano contro il vetro umido del finestrino. Una forma compatta, ma offuscata da quel filtro opaco, si muoveva a scatti coprendo completamente una cosa che sembrava un corpo accovacciato sul sedile posteriore dell'automobile. Le scritte bianche S.S.C. Viribus Unitis e Discount Polletti, erano appena leggibili sul dorso di quella che mi sembrava una giacca a vento blu. 
La macchina sobbalzò e io iniziai a correre. Prima che potessi raggiungere la portiera della mia auto qualcosa mi afferrò alle caviglie e per un attimo pensai ai poveri animali stretti nelle tagliole di cacciatori senza anima. L'attimo dopo mi ritrovai steso a faccia in giù nel parcheggio del campo da calcio della Viribus.
«FROCIO...FROCIO» gridava qualcuno che non riuscivo a vedere «ti faccio ingoiare il cazzo, pervertito di merda, guardone succhiacazzi.»
Le imprecazioni mi arrivavano insieme agli schiaffi sulla nuca e ad una forte stretta alla collottola che mi sembrava di sentire sin dentro le tempie. L'asfalto era maculato da vecchie chiazze di olio bruciato sgocciolato da testate usurate di automobili precedentemente lasciate in sosta nel parcheggio, l'olio era penetrato nello strato appena sottostante a quello superficiale dell'asfalto e la mano del mio aggressore mi costringeva ad un contatto ravvicinato col viscido delle pietre del selciato. In quella posizione riuscivo a percepire le minime vibrazioni prodotte dai passi ammantati di gomma di una nuova persona. L'altro occupante dell'automobile arrivò su di noi e, con un calcio allo stomaco, mi costrinse a guardare in alto verso il suo volto offuscato dalla nebbia e dal dolore. Adesso a sovrastarmi erano in due. Entrambi erano abbigliati da sportivi, entrambi erano di sesso maschile, entrambi avevano l'aria incazzata e una nuvola di vapore che si materializzava dalle narici, ma solo uno di loro era Riccardo il mio amico d'infanzia.
«Cosa cazzo ci fai qua?» disse «Come diavolo ti passa in testa di venire qua.»
Restai a guardarli dal basso, per un'attimo fui tentato di spiegare a Riccardo della mia propensione alla nostalgia, ma mi trattenni dal farlo. Poi qualcuno mi colpì alla testa.

A giudicare dal colore e dal taglio di capelli, dalla postura della testa e della nuca, potevo anche avere l'impressione di essere ritornato ai tempi della leva e quello poteva essere uno dei tanti viaggi in una delle jeep dell'esercito; non c'erano altri indizi che mi potevano aiutare a comprendere dove fossi tranne il rumore basso e costante del motore e i sobbalzi della strada. I dettagli di ciò che era accaduto mi si presentarono dopo qualche istante corredati di un emicrania spaventosa. Nell'attimo in qui presi coscienza capii che ero seduto sul sedile posteriore della stessa auto dove, chi sa quanti minuti prima, Riccardo e il suo amichetto stavano assaporando furtivamente i piaceri carnali del loro amore, provai a scappare nonostante le mani e piedi legati da lunghi lacci neri che odoravano di strutto. Alla radio una litania insopportabile si interrompeva ogniqualvolta attraversavamo delle zone semi deserte.
«Dove volete portarmi?»
«Sta zitto!»

Quel mese di novembre non ci furono denunce di rapimento. Ci furono rapine ed estorsioni. Ci furono due sparatorie. Ci fu un evasione di gruppo dalla casa mandamentale. Ci furono delle anomale rapine ad alcuni camion carichi di carciofi. Ci furono sette morti per infarto e due suicidi. Ci fu l'avvistamento di un topo gigante. Il trenta di novembre però, in un articolo sulla pagina di sport, corredato di immagine fotografica ritraente l'intera squadra di calcio della S.S.C. Viribus Unitis, un giornalista esaltava le gesta di Riccardo Passarello difensore centrale non più giovanissimo ma ancora in grado di innalzare da solo un muro invalicabile davanti alla porta difesa dal numero 1 della Viribus e di prendersi l'onere di battere un calcio di rigore al novantesimo.


sabato 30 marzo 2013

Al SerT ci chiamavano timidi




























Al SerT ci chiamavano timidi

In classe eravamo tre, io da una parte e due miei compagni dall'altra, eravamo in una stanza dell'ambulatorio, non c'ero mai entrato in ambulatorio a scuola. Luci bianche e odore di disinfettante misto a fumo vecchio e stantio. L'infermiera aveva il rossetto sbavato e il rosso dipinto sulle labbra le metteva in risalto la peluria nera dei sui baffi da donna in attesa della menopausa. Schierati al muro come in attesa di giudizio ci fecero domande, osservandoci come scimmie allo zoo. I mie compagni di classe non mi guardavano negli occhi, bypassavano il mio sguardo, parlottavano sul posto, guardando un punto indefinito tra la bombola di butano del fornelletto per il caffè e la bottiglia di plastica affogata di cicche di sigarette. 

Eravamo stati selezionati a campione. Dicevano che avevamo problemi con le sostanze stupefacenti, ci dissero che saremmo stati guidati, assistiti, in questo modo ci avrebbero aiutati ad evitare pericolose dipendenze. Due ore a settimana potevamo saltare scuola, chiuderci nel laboratorio computer a guardare su degli schermi da 14 pollici, dei video in cui persone con occhiaie blu dipinte sul volto barcollavano in cerca di qualcosa in finte periferie ricostruite nel centro di Piacenza. Persone che pronunciavano parole che non avevo mai sentito e che facevano cose che nessuno di noi aveva mai preso in considerazione. Era un progetto del SerT per gli studenti delle superiori, studenti buoni che danno una mano a studenti cattivi a venir fuori da situazioni difficili. La bianca colomba posa il suo petto immacolato sulla testa e riconduce sta cazzo di pecorella all'ovile. Le settimane passavano e l'imbarazzo era sempre lo stesso, ci ignoravamo in classe e alle sedute del SerT gli sguardi continuavano a divergere. 

Il colore del mattino a volte aveva l'odore del fumo ingoiato di fretta, il posto migliore per starsene in pace era il giardinetto davanti alle sbarre della finestra dell'ambulatorio. Il sole trapelava dalle linee della ferrovia e brillava sbattendo sugli scambi. All'interno era buio ma nel nero, la luce infiltratasi per riflesso, apriva coni di chiarezza. Immagini di movimenti regolari, una bocca che ingoia un cazzo stretto tra la fessura della cerniera, la cinta dei pantaloni e la sporgenza della pancia di un uomo costretto ad una vita sedentaria. 

Al progetto del SerT conclusero con un opuscolo, c'era una frase, la scrissero gli studenti buoni e faceva:

Solitamente timidi e impacciati, divengono spigliati e decisi quando si tratta di somministrarsi sostanze stupefacenti.

Tre mesi al SerT per capire che si era timidi. 

lunedì 31 dicembre 2012

Sul finire una storia d'amore
























L'ultimo ad entrare nell'ascensore fu un uomo sulla quarantina, aveva i capelli grigi tagliati a scodella, l'unghia dell'indice destro ingiallita dal fumo del tabacco e la camicia fuori dai pantaloni; aveva corso e respirava a fatica. Il pannellino numerato con i bottoncini illuminati segnava la scaletta delle prossime fermate, la gente si ignorava, c'era chi si ispezionava il sudiciume sotto le unghie della mani e chi si guardava i piedi con l'attenzione smodata che si riserva alle cose viste per la prima volta. Pietro scese all'ultimo piano con lui restarono l'uomo con i capelli a scodella e una ragazza con una maglia bianca da cui traspariva una biancheria intima merlettata. Il locale era pieno di gente, c'erano gruppetti di persone assiepate intorno a dei punti d'appoggio ed altri gruppi, più grandi ed eterogenei, al centro della pista. Le persone si spostavano in massa come placche tettoniche: scivolavano, si sovrapponevano e si mescolavano con un ordine che pareva prestabilito. La musica copriva qualsiasi tipo di conversazione che non fosse urlata, ma non riusciva a tappare o a distruggere i pensieri. Erano passati quasi due anni, era proprio l'ultimo dell'anno, erano stati bene, nascosti dal mondo, rinchiusi in casa, a fare l'amore a bere, a dormire l'uno sull'altra a svegliarsi, a rifare l'amore, camminare al freddo della mezzanotte già passata, stappando la bottiglia di spumante con piacevole ritardo. Pietro voleva ricordarsi di quel tappo, aveva l'immagine fissa del suo rimbalzo, tra una statua ed una scalinata, in quella piazza deserta. Davanti ai suoi occhi la ragazza con la biancheria merlettata agitava la testa al ritmo della musica, lui vedeva, ma non capiva, ricordava il viaggio in macchina tra le montagne, qualche lacrima e le interminabili confessioni. Cosa resta di una storia d'amore, dove finisce tutto l'amore non consumato, non usato, non finito? Le teste si agitavano sempre di più, attratte al cielo dallo scandire del tempo, alla rincorsa del nuovo anno. Si erano detti tante volte volte addio, ma forse quelle due sillabe non avevano molto significato per loro. Quel giorno di due anni fa si erano rinchiusi in una stanza fredda, in un posto isolato, tra le coperte pesanti e, rimbalzando su un materasso a molle, si erano pianti in faccia, si erano amati in faccia. L'uomo con i capelli a scodella non aveva quarant'anni, aveva il volto segnato, ma non arrivava a trentacinque, era di fianco alla ragazza con biancheria merlettata, sembravano contenti, sorridevano e le loro teste ballavano con un accordo che lasciava presagire qualcosa che in ascensore era del tutto imprevedibile. Il tempo si stava assottigliando, anche quella serata, quel momento che Pietro aveva deciso di dedicare all'oblio si era trasformato in una campagna di ricordi, il conto alla rovescia stava per cominciare, sul pannellino dell'ascensore si rincorsero i numeretti illuminati: 3-2-1. Buon anno!

domenica 28 ottobre 2012

Ferrara
























La colazione quella mattina sapeva di fritto. Il mio latte al nesquik, i miei biscottini al cioccolato e perfino il mio cucchiaino sembravano usciti dalla friggitrice della rosticceria cinese di sotto, d'altronde zia Angela mi aveva avvertito: 
- La cazzo di Sciangai avrà un buco nella conduttura di areazione o chisaddove, dobbiamo convivere con questa puzza di involtino primavera.
Chiesi a Stella se voleva uscire a fare colazione fuori, lei la puzza di fritto non la sentiva e sarebbe rimasta volentieri in quell'aria da fastfood a mangiarsi le sue gallette di riso; era ancora tappata, l'acquazzone durante la cerimonia l'aveva costretta a letto e la circolazione nei suoi condotti olfattivi stentava a ritornare regolare. 
- Dai vestiti - le feci - è pur sempre il nostro cazzo di viaggio di nozze. 
Quella era la nostra prima notte della nostra fantastica luna di miele declinata in forma di visita parenti. La prima certo, e non di certo la peggiore stando alla lista che prevedeva dopo la camera dei figli di zia Angela, il divanoletto dello zio Alberto e la roulotte dello zio Carmine. "Sarà fantastico" mi aveva annunciato Stella stringendo in mano il foglietto con gli indirizzi degli zii, "potremo vedere Ferrara, Moncalieri, Rozzano e poi, finalmente, potremmo starcene da soli." D'altronde dovevamo fare bene i conti e potevamo giurarci che il prezzo del nostro amore non ci avrebbe fatto sconti. Quando Stella era arrivata con la sua lista non avevo detto nulla, l'avevo abbracciata circumnavigando quel suo enorme pancione e, con il sorriso più naturale che i miei denti e le mie labbra riuscivano a produrre in quel momento, gli avevo confermato che sarebbe stato fantastico. 
Ferrara non l'avevamo ancora vista, eravamo arrivati di sera e l'auto della zia Angela aveva attraversato strade nascoste dalla pioggia segnate, di tanto in tanto, dal rosso e dal verde dei semafori. Quando uscimmo la zona sembrava deserta, avevo l'impressione di fare una passeggiata in un giorno di festa con tutte quelle serrande dei garage tirate giù e con la luce ad intermittenza di semafori in pausa. Il bagliore rossastro delle lanterne dello Shanghai traformava quella mattinata d'ottobre in qualcosa di simile ad un Natale fuori stagione. Stella camminava con le gambe leggermente divaricate, stringeva i denti masticando le sue caramelle gommose, avevo paura di non trovare un bar aperto ne una persona a cui chiedere indicazioni per raggiungere il centro, ma poi una folla silenziosa, ammucchiata sul ponte che attraversava il canale, attirò la nostra attenzione. Un'auto era da poco finita in acqua, stavano per arrivare i soccorsi e tra quelli radunati ad assistere alla sorte dei malcapitati regnava uno strano silenzio. Erano in due nell'auto, ma solo uno nuotava tra le acque fredde e limacciose del canale del Po, dell'altro non se ne scorgeva l'ombra. Qualcuno, accorso sulla riva, si agitava parlando al cellulare, io mi guardai intorno e, oltre al terrore stampatosi sul volto di Stella, vidi la rassegnazione degli altri che sembravano aspettare solo l'attimo in cui l'affioramento in superficie di un corpo molliccio e placido per sciogliere definitivamente quell'assembramento di curiosi. Le urla del sopravvissuto erano gli unici rumori che riuscivamo ad udire, prima del frastuono delle sirene dei pompieri, il natante stava per raggiungere la riva quando dall'auto, per metà immersa, si alzarono due grosse bolle d'aria che si ruppero fragorosamente al contatto con la nebbia. Qualcuno sul ponte disse che non c'era più nulla da fare, io pensai a come avrei raccontato la storia alla zia Angela, qualcuno guardava l'orologio, qualcun'altro diceva che più di cinque minuti uno non è che può resistere sott'acqua. I pompieri arrivarono, uno di loro si lanciò immediatamente in acqua, ma a quel punto anche io m'ero convinto che non c'era più nulla da fare e voltandomi verso uno dei componenti della folla silenziosa chiesi: 
- sa mica dove trovo un bar aperto?
Il tipo temporeggiò ma poi mi indicò la strada, afferrai Stella sotto il braccio e pensai: è pur sempre la nostra luna di miele. 


venerdì 27 luglio 2012

Consigli pratici per evitare la congestione





































Era da poco passata l'ora di pranzo, le carte dei due panini che avevamo mangiato giacevano sotto un mucchietto di sabbia nera. Il figlio di Luana aveva male alla schiena e intorno alle nostre sedie colorate volteggiava un ragazzino con le ciglia folte come un orco che ci guardava con la ferma stupidità di un incosciente. Non so perché continuavamo ad andare al mare, non so nemmeno perché continuavo a stare con Luana. Il figlio mi odiava, dall'alto dei suoi sette anni, provava un rancore adulto che cresceva ad ogni urlo di piacere che le mura della loro casa popolare non riusciva a contenere.
Era passata l'ora di pranzo, era il momento dell'attesa, era il momento in cui è inutile stare vicino ad uno specchio d'acqua. Il sole aveva scansato due grosse nuvole e sembrava dirigersi di corsa al centro del cielo, scagliava con forza tutti i raggi di cui disponeva che, nonostante l'ombrellone di stoffa, penetravano dritti sotto la calotta per arrostirci la cute.
Luana aveva perso il marito tre anni fa, scomparso nelle corsie di un ospedale enorme e senza senso, Luana era rimasta sola con il suo bambino, Luana era come un avvocato non aveva speranze se non quelle precedentemente messe per iscritto. Tra me e il figlio di Luana erano state poche le occasioni per socializzare, quel ragazzino non voleva aprire bocca in mia presenza, non voleva darmi nessun segno che potessi equivocare come familiare. 
L'aria del mare si confondeva con l'odore dei pomodori ancora stretti nel tunnel del mio esofago, odiavo quella sensazione, odiavo il sole. 
- Accendimi una sigaretta - fece Luana indicandomi la sua borsa di paglia.
- Non dovresti fumare con sto caldo - rispose il bambino.
- Accendimi una sigaretta - ripeté Luana ignorando la protesta salutista del figlio.
Il fumo annebbiava la piccola frazione di area al riparo dal sole correndo verso l'alto come aspirato da un condotto immaginario. I bagnanti vivevano un piccolo letargo silenzioso frutto di una sonnolenza postprandiale, il solo ragazzino dalle ciglia folte metteva alla prova la cute dei suoi plantari passeggiando sulla sabbia arroventata. 
Avevo sperato di ricominciare con Luana, di ripartire dai cocci di una famiglia in frantumi, ma sembrava inutile, dispendioso, senza senso, quella sarebbe stata l'ultima giornata di mare - pensai - forse l'ultima ora, ma poi il figlio di Luana mi disse:
- Guarda là - indicando una macchia bianca nel grigio del mare.
Seguendo la linea esile del dito indice del piccolo, scorsi una vacca decapitata e putrescente che galleggiava verso la battigia accompagnata dall'orbita frenetica di uno sciame di insetti.  
Si sentirono delle urla, poi qualcuno si decise a chiamare i vigili urbani e in meno di mezzora il cadavere fu rimosso dalla spiaggia con l'ausilio di un braccio meccanico di metallo. Io e Nicola restammo a guardare quella rimozione come due  passanti disinteressati, erano da poco passate le due e il ragazzino guardandomi mi chiese: 
- Posso fare il bagno adesso?  


venerdì 27 aprile 2012

Cambio al Binario #4

Cambio al Binario #4


Cambio al Binario è un appuntamento a scadenza irregolare dove due blog:
Chair King e Non Coprire
si danno il cambio su di un argomento comune

ecco il 4#:
il postino






































A conti fatti

n.1
la scelta è tra due paia di scarpe uno grigio e uno marrone
quando ne arriveranno altre tutto si complicherà

n.2
alla tv si parla di assorbenti ultra tecnologici
io mi chiedo se le mestruazioni spariranno con l’evoluzione

n.3
il postino mi porta una multa e pubblicità elettorali
un velox del 23 dicembre, non ricordo era natale era la voce di Nina Simone

n.4
pareti di fotocopie di lotterie vincenti, la mia patente fotocopiata sul bancone
non rido neanche un po’ mentre vinco 25 euro al gratta e vinci

n.5
vado al lavoro con l’auto scassata, penso cose orribili su tutto il pianeta
gli alberi sono noiosi e il cielo insiste troppo, tu sai d’ impiegata postale

n.6
i miei capi non hanno più gli occhi, non li odio perché sanno di vittime
chissà come fanno l’amore questi che tengono il cuore spento

n.7
a 40 anni piangerò molto di più, a 50 faccio un corso di fotografia,
a 60 mi affogherò di lacrime oppure parto per un paese emotivamente stabile

n.8
pago la multa che mi fate di nascosto non mi sento italiano
sulla strada del ritorno mando un bacio all'autovelox

n.9
il postino suona e io incrocio le dita

Michele Risi

leggi il cambio su non coprire




sabato 14 aprile 2012

La pochezza dei cipressi

Leggi e vota il racconto finalista
subway letteratura 2012
http://www.subway-letteratura.org/index.php?option=com_content&task=view&id=1179&Itemid=132
























leggi e vota qui

domenica 15 gennaio 2012

operazioni immobiliari
























In autunno faceva il conto con le foglie ammucchiate davanti casa, coi capelli sul cuscino e poco altro ancora; d'inverno coi tipi del gasolio, con la condensa agli infissi e con le offerte al supermercato; la primavera e l'estate erano tutto sommato uguali, insomma, gli anni passavano anche senza chiederlo e la casa di proprietà gli garantiva un tetto e un recinto fatto di mura e poco più.
Quella mattina si alzò presto per andare al cesso, la schiena gli faceva male e la macchia d'umidità in camera da letto stava quasi per inghiottirlo. Dalla strada poteva sentire qualcuno bisbigliare proprio davanti alla finestra del salotto. Un fiotto giallo come il miele, schizzò via dal cesso colpendo le piastrelle e un tappetto oramai zuppo, guardando in basso pensò ai piaceri della vita coniugale. Andava tutto bene, era tutto come al solito, ma qualche cosa fuori dalle sue finestre si muoveva con troppa vitalità, erano da poco passate le otto e una escavatrice piazzò il suo grosso culo metallico proprio di fronte alla finestra del soggiorno. Il terreno alle spalle della sua casa, quasi tre ettari di sterpaglia e topi, stava per essere trasformato in un cantiere: tre escavatrici, una gru e un gruppo di uomini sboccati, stavano per invadere la tranquillità di quelle casette monofamiliari.
I primi tempi non furono semplici, tra la polvere, le lattine di birra, le cartacce e gli operai in giro a cacare, Marco fu costretto ad una convivenza indesiderata. Spesso rimpiangeva i vecchi tempi, era meglio avere gli sterpi e i topi come vicini che quel cantiere, i topi – pensava – erano meglio degli uomini se tenuti fuori dalla porta di casa.
Col tempo le cose si regolarizzarono, Marco dovette solo sforzarsi d'aggiungere alla sua lista delle cose dell'inverno la polvere e il cantiere. Passava ore ed ore a guardare quel pezzo di mondo che cresceva proprio fuori dalla sua finestra, studiava le traiettorie delle gru e registrava i rumori delle macchine. Marco, a modo suo, si era affezionato a quell'attività che gli imbrattava il divano e gli ostruiva le narici del naso. Guardava l'incedere lento dei lavori con la stessa attenzione senile che gli anziani prodigano nello studiare i fori sul manto stradale, aveva anche smesso di guardare la TV, gli sembrava che quello che succedeva fuori dalla sua finestra fosse molto meglio di qualsiasi trasmissione televisiva.
Col passare dell'inverno le giornate si allungarono e i lavori al cantiere proseguirono con più veemenza, un gran numero di camion e betoniere iniziò a percorrere di corsa lo stradone in terra battuta che portava sino ai fossi delle fondamenta. Marco, sbirciando dallo steccato in lamiera, vide una distesa di terra e cemento intervallata da ampie buche grosse come tombe per dinosauri, una grossa operazione immobiliare - pensò.
Il piatto in cui aveva mangiato la sua carne in scatola e i suoi ceci precotti era ricoperto da un velo sottile di grasso, uno strato appena sufficiente ad opporre una strenua resistenza allo scorrere dell'acqua che usciva da rubinetto in cucina. Senza nessun preavviso un'esplosione dal botto simile a quello di un pneumatico forato partì dalla canna e una chiazza color ruggine sparata dritta sull'interno in ceramica costrinse Marco ad indietreggiare come se minacciato da un'arma convenzionale. Mentre la fontana sparava, alternando al flusso regolare dell'acqua matasse viscose e putride, dallo scarico del lavello iniziò a risalire come dall'oltretomba un grugnito spaventoso. Marco si sfilò in fretta i guanti gialli di lattice e vedendoli lasciò cadere il piatto che, a contatto con il suolo, si ruppe in due pezzi uguali. Ad uno ad uno cominciarono ad uscire correndo come inseguiti dal loro nemico naturale. Venivano fuori dappertutto, c'era chi risaliva dagli scarichi, chi dalla tazza del cesso, chi invece sbucava dalle condutture dell'areazione. Erano grigi, erano grossi, un esercito di topi il cui squittire acuto copriva qualsiasi altra fonte di rumore. Una prima fila schierata come una quadriglia ordinata osservava Marco dal basso, altri plotoni disordinati si erano asserragliati invece, sui mobili e dietro le tende. Stavano rodendo tutto quello che i loro denti riuscivano a sbriciolare. Fuori dal recinto della villetta monofamiliare i camion e le betoniere avevano ricominciato a correre lungo il selciato lasciando tracce bianche sull'asfalto antistante il cantiere, il loro rumore, in casa, giungeva come un fruscio lontano, nella mente di Marco proliferavano immagini di nuvole di polvere bianca alzate dalla corsa di camionisti indisciplinati. I topi erano meglio degli uomini, ma fuori dalla porta di casa, di questo ne era certo.  

domenica 25 dicembre 2011

xmas guest

Non sempre a natale gli ospiti sono parenti:
Claudia Balocchini scrive una storia per Chair King

Auguri




































Aprì gli occhi perché le orecchie si erano sentite offese dai suoni della tv che passavano distinti senza ostacoli dal pannello di vetro della porta.
Mano a mano che la vista si abituava alla penombra, il corpo mandava i primi indizi di dolore.
La camera da letto cominciò a ruotare attorno al piede sinistro appoggiato su una pila di cuscini. La caviglia era gonfia. Pulsava. Provò a muovere le dita. Una fitta.
Anche la mano destra doleva. Le nocche erano sbucciate e avevano sanguinato.
Dalla tv si sentiva la pubblicità.
Un improvviso pensiero spinse la lingua a percorrere entrambe le arcate. Stavolta nessun dente era andato perso.
Com'è che era finito a fare di nuovo a botte? Non le aveva promesso di smettere?
La tv confondeva i pensieri.
La memoria non rispondeva.
Sentì di nuovo gli auguri dalla televisione: il fatto che era natale spiegava molte cose.
Ma lei era ancora di là?

Claudia Balocchini

venerdì 23 dicembre 2011

Cambio al Binario #3

Cambio al Binario #3

Cambio al Binario è un appuntamento a scadenza irregolare dove due blog:
si danno il cambio su di un argomento comune

ecco il n#3:
Il parcheggio























Crevalcore Due

Crevalcore Due è uno dei più vecchi centri commerciali della zona, non assomiglia ai nuovi sembra più una specie di galleria del centro, ma qua siamo lontani dal centro, siamo nella bassa, come la chiamano da queste parti. Da fuori è sgraziato, la forma è asimmetrica sembra la metà di qualcosa, ma non c'è mai stato quel qualcosa e mai lo faranno (credo), il parcheggio è più complicato delle solite aree deserte, la maggior parte dei parcheggi qui è a lisca di pesce, ci sono bordi alti di cemento che dividono le varie stradine anche loro oblique, in più ci hanno piazzato una fermata dell' autobus che si prende un bel po' di spazio, beccare l'ingresso giusto del parcheggio non è semplice dato che non è segnalato, a dire il vero tutto è poco segnalato, solo il cliente veterano si muove con facilità, io sbaglio l'ingresso due volte poi finalmente seguo un' auto color grigio canna di fucile che mi facilità l'entrata.
Dentro ci troviamo varie attività commerciali: una rosticceria, un bar, una gelateria, un'edicola, un negozio di scarpe, uno di cineserie a un euro con fuori un' insegna spiazzante “aggiustiamo vestiti” non un cartello, proprio dove ci dovrebbe essere il nome del negozio c'è questa scritta, un fotografo, un negozio di abbigliamento, uno di elettrodomestici e la coop.
Io devo comprare latte, dentifricio, spazzolino e filo interdentale. Sono un fanatico del lavaggio denti e uso solo prodotti costosi almeno per le mie tasche, prodotti che pochi anni fa si trovavano solo in farmacia, ma il filo interdentale lo prendo della coop perché non è male e te ne danno cinquanta metri.
All'entrata un gruppo di nord africani si riscalda, mentre attendono pazienti il prossimo autobus, le dimensioni di questo centro commerciale fanno sorridere lo rendono familiare povero con un che di est europa. Entro nella coop, assomiglia un po' a un discount perché causa l' insufficienza di ampi spazi la roba è ammassata con noncuranza, prendo subito il latte poi mi faccio fregare da una promozione sul miele in confezione da mezzo kg, scoprirò solo ore dopo che la cassiera non mi ha fatto lo sconto sul miele o che io non ho letto bene il cartello della promo, poi igiene dentale, poi scappo di corsa alla cassa prima di spendere altri soldi. La cassiera da subito non mi sta simpatica perché la vedo lenta e io, anche se non ho alcun impegno, come tutti alla cassa ho fretta, poi quando arriva il mio turno qualcosa cambia nel nostro micro-rapporto, perché scopro che proprio in quella lentezza sta la sua forza, stanno una serie di cure e aggettivi nei miei confronti che mi portano gioia e mi saluta con buona serata, saluto che preferisco al buona sera, buona serata è più confidenziale e concretizza la mia serata come evento non la sera in generale.
Mentre sto andando verso l'uscita accade qualcosa di strano con la coda dell'occhio intravedo l'interno del negozio di scarpe, una serie di immagini stagliuzzate mi riempono la testa, cresce in me un senso di nausea e noia, immagini che riesco ora a decifrare, qui ci venivo con mia madre nei ipergonfi anni ottanta. Lunghi sabati mattina dove io mi rompevo profondamente le palle e mi annoiavo un sacco, odiavo dover interagire con i commessi, odiavo ancora di più comprare le scarpe in questi negozi con le scarpe a basso prezzo con questi commessi insistenti che mi schiacciavo e io soccombevo e mia madre soccombeva e ci facevamo rifilare ogni sorta di stronzata. Estenuanti giornate in cui io e la mamma entravamo in un centro commerciale alle nove e ne uscivamo verso le due, stanchi arrabbiati, io ancora di più perché ero obbligato a questo calvario, in me cresceva un profondo grigio senso di noia di perdita di tempo, che ora mi è tornato su.
Affretto il passo veloce quasi corro verso l'auto, ci metto dieci minuti per uscire da un parcheggio deserto, in macchina ascolto l'ultimo dei “ I cani” che mi fa sorridere di gusto, mentre il mio cervello mi ripropone un paio di orribili scarponcini verde scuro, un paio di nike air force, commessi brufolosi insistenti, la borsa della mandarina duck di mia madre, i pacchetti di multifilter 100's che fumava.

Michele Risi

leggi il cambio su non coprire

giovedì 15 dicembre 2011

Narrativa postprandiale


























Narrativa post prandiale, un laboratorio per l'autoproduzione e sulla ridefinizione del concetto di noia.

Narrativa post prandiale è un laboratorio destinato alla produzione di racconti brevi e all'autoproduzione del numero #0 di una fanzine letteraria.
Il laboratorio di scrittura creativa nasce direttamente da una riflessione su di un tratto del lavoro dello scrittore americano David Foster Wallace: la noia.

Partendo dall'assioma che ogni uno di noi è pervaso da un fondamentale egocentrismo e che, data questa configurazione di base, noi tutti - appartenenti per nascita al genere umano - siamo soliti considerarci il centro del mondo che viviamo, disprezzando ogni istante o attimo non funzionale alla soddisfazione e all'appagamento di noi stessi, e che quindi, assodata l'impossibilità di soddisfare in modo continuo i nostri bisogni, siamo costretti a vedere nella noia, che pervade molti dei momenti del nostro vivere quotidiano, un oggetto o stato d'animo con cui convivere.
Dalla noia che, in questo caso per questioni del tutto funzionali e per nulla scientifiche, definiremo:
Stato di sospensione temporanea dell'incremento egoico;
dovranno scaturire le condizioni propizie alla produzione di una narrazione letteraria.

Trasformare quindi quello stato, già definito sospensivo dell'incremento egoico, in uno sviluppo e incrementativo delle capacità di attenzione verso i dettagli e le minuzie delle esistenze quotidiane. La noia dovrà quindi riconvertirsi nella piena e soddisfacente felicità, fertile condizione da cui attingere, bottino da cui depredare forme, funzioni e figure narrative.
Il laboratorio sarà strutturato a partire dall'esercizio di semplici azioni fondamentali: osservazione, riflessione, produzione.
Sarà reso possibile, ai fini della partecipazione al laboratorio, una completa immersione in una condizione, già supra definita, di sospensione temporanea dell'incremento egoico.
Propedeutici al laboratorio saranno alcune brevi composizioni narrative fornite ai partecipanti sotto forma digitale.

Narrativa post prandiale
un laboratorio per l'autoproduzione e sulla ridefinizione del concetto di noia
nasce da un'idea di Vincenzo Estremo e sarà tenuto dall'autore stesso presso:
Progetto Giovani
Via Udine, 1
33097 Spilimbergo, (Pn)

Potrà prendervi parte chiunque ne faccia richiesta nei limiti dell'unità numerica di 7 partecipanti.

Si terrà nei giorni di:
giovedì 29 dicembre ore 18 - 22
venerdì 30 dicembre ore 16 - 19

per informazioni:
tel. 0427 419049 cell. 347 5858273

mail  
postprandialenarrativa@gmail.com

domenica 30 ottobre 2011

autumn guest II

Raffaella Migliaccio scrive una storia per Chair King




Solido liquido e gassoso 

Piero se ne stava seduto fuori sugli scalini di casa sua, in giardino. Con il sussidiario sulle gambe, a fare i compiti per il giorno dopo. I tre stati fisici: liquido solido e gassoso. Ripeteva le parole del libro: “Si dice che le cose sono fatte di materia. Anche le stelle più lontane. Un corpo può essere: solido, liquido o gassoso.” Gli pareva facile, guardò le figure sul libro, e poi continuò a leggere “un solido lo puoi prendere, posare, spezzare, lanciare… lo puoi piegare come un pezzo di carta, deformare come una gomma. Le parti di un liquido non stanno insieme come nei solidi, prendono la forma del recipiente che li contiene. Mentre le parti di un gas non stanno insieme per niente, occupano tutto lo spazio disponibile".
Si lasciava riscaldare le ossa dal sole. Stava con le dita nel naso a guardare il cane che cercava col muso tra i fiori le lucertole, pulendosi poi a terra il dito grasso. Il cane teneva sotto tiro una lucertola che si nascondeva tra un cespuglio, e con delicati movimenti della zampa tentava di accopparla. Con il muso tra i fiori, cercava di capire dove stava nascosta sniffando rumorosamente. Piero si mise a schiacciare col piede i piccoli ragnetti rossi che si muovevano impazziti, osservava i puntini correre e ne vide due più grossi che stavano l’uno su l’altro. Si guardò la suola che aveva tante piccole macchie rosse. Il cane stette un poco sulla porta, ascoltando le urla che venivano dalla casa, di sua madre e suo padre che litigavano, come succedeva quasi sempre. Poi si avvicinò a Piero muovendo la lunga coda nell’aria, cercando di fargli capire che voleva essere accarezzato.
Piero cominciò, grattandogli in modo frettoloso lo spazio tra le orecchie, poi gli disse: 
“Vai a giocare, lasciami studiare, vai” spingendolo con le sue mani tozze. Poi si infilò l’indice nel naso mentre ripeteva le definizioni sul libro.
Il cane si distese sull’erba. Teneva la testa alta e la lingua di fuori, ansimando. Il pelo lucido sembrava brillare al sole.
Piero iniziò a sudare, tirò su le maniche del maglione e si sventolò il libro sulla faccia, sbuffando. Tra poco doveva prepararsi per andare in piscina. Lui non voleva andarci, ogni volta la pregava, le diceva che aveva paura dell’acqua, che non gli piaceva proprio nuotare ma la mamma lo sgridava che era grasso, troppo grasso: il pediatra aveva detto che doveva fare sport, che un bambino di nove anni non poteva essere così grasso, un giorno si sarebbe vergognato di tutto quel grasso.
Lui a volte piangeva pure, ma solo un poco.
Entrò in casa col libro sotto il braccio e corse a prepararsi per la piscina, come gli aveva detto la mamma. A lui piaceva preparare la borsa, mettere le cose al loro posto, fare ordine, ma odiava la piscina.
Mentre facevano la ginnastica di riscaldamento gli altri bambini lo guardavano. Perchè lui era grasso, questo lo sapeva. L’elastico del costume gli strizzava sui fianchi, e la pancia cadeva in morbidi e pallidi rotolini. Le grosse e flaccide gambe, prive di peluria, si divaricavano alle ginocchia e terminavano nei piedi bianchicci, anch’essi grassi.
Si piegava in avanti per raggiungere i piedi, e ansimava.
In acqua non badava agli altri, faceva le vasche con una tavoletta cercando di non pensare a quanto odiava nuotare, l’acqua, gli altri bambini, lui quasi nudo.
A metà lezione l’insegnante gli disse: 
“Oggi devi imparare senza la tavoletta. Ora proviamo insieme. Poi fai da solo”.
“Ma io non voglio. Oggi non mi va” fece con la voce lamentosa.
“Devi farlo” fece quella, prendendogli la tavoletta. La lasciò su uno dei bordi della piscina, aveva le braccia e le gambe lunghe, ben modellate ma grandi, e la pelle era bruna.
“Ma tu mi starai vicino?”
Dopo averlo fatto nuotare con lei, la tizia uscì dall’acqua. Lui stava dove non si toccava, le diceva “Non ce la faccio, non ce la faccio”. Quella lo incitava con i vai, muovi le gambe, le braccia, fai così, e tutto il resto. Piero annaspava, sentiva che stava per annegare, che non ce l’avrebbe fatta. Urlò, poi. E quella, dopo qualche minuto che a Piero parve un’ora intera, lo aiutò con un lungo bastone a uscire. Poi lo guardò come se avesse fatto chissà che cosa, non disse nulla, lo guardò solo per qualche secondo mentre si riprendeva e infine gli disse “Puoi andare”.
Si lavò e si asciugò negli spogliatoi sempre in silenzio. Fuori l’insegnante parlava con la madre. Si avvicinò e sentì che le stava raccontando che non era stato capace di nuotare da solo.
Piero non le guardava. Stava con la testa bassa e le ascoltava parlare di lui come se non ci fosse. Sua madre raccontava di quanto fosse pigro, e di quanti sforzi facesse per farlo diventare più attivo. Avvertì una leggera fitta, poi gli colarono giù dal naso gocce di sangue. Le sentiva scorrergli sul labbro verso il basso.
Guardò le macchie rosse sul pavimento chiaro e pensò “Stato liquido”.


giovedì 28 luglio 2011

Cambio al Binario #2

Cambio al Binario è un appuntamento a scadenza irregolare dove due blog:
si danno il cambio su di un argomento comune

ecco il n#2:
attesa

































 sale d'attesa attesa

un quadrato con ventisei sedie tutte sul perimetro, imbottite in un tessuto sintetico che ricorda la lana, una rotella con i numeri come al banco dei salumi, quattro tavolini usati come porta riviste, gioia, una rivista di equitazione, alcune riviste specialistiche di medicina, odore di chiuso e sudore lieve, nove persone, tre abbronzate sembrano sane, uno pallido con le occhiaie, un bambino troppo vestito per la stagione, due accompagnatori e un rappresentante di medicinali, discorsi sulle vacanze e sul nuovo medico troppo sbrigativo.



un grande rettangolo con ai vertici quattro colonne quadrate, ci sono sei file da ventiquattro sedie dodici da un lato e dodici dall'altro con gli schienali che si toccano, niente porta riviste, odore di aria condizionata di pelle finta delle sedie e di pelle umana, circa quaranta persone, più dieci trolley sette valige, qualche zaino, persone che vanno in ferie per circa sette giorni, alcuni solo due massimo tre, altri sono in viaggio per lavoro, discorsi non comprensibili ma volumi alti a creare una specie di unico grande ronzio.



un rettangolo piccolo con sei sedie nel lato lungo e quattro nel corto gli altri lati sono senza sedie, trasparenti in plexiglas, due porta riviste sempre in plexiglas, focus, l'espresso, una rivista di barche, quattroruote, odore di lavanda e di disinfettante, tre persone, una signora di mezza età e due ragazze la cui somma degli anni non fa trenta, qualche bisbiglio all'orecchio delle due ragazze.



due rettangoli a formare una specie di elle con l' asta lunga molto tozza, otto sedie disordinate solo tre in fila lungo la parete, sedie di plastica grigia con due V cromate e rovesciate come gambe, una pianta di plastica, su una sedia ci sono due cataloghi promozionali, odore di fotocopiatrice appena usata e di due tiri fatti a una sigaretta, cinque persone in tutto, tutti uomini sulla trentina con in mano due fogli ciascuno, discorsi di circostanza è la prima volta?/da dove vieni?, colpi di tosse e schiarimenti di voce.



un rettangolo con il lato corto di un metro e sessanta quello lungo di otto metri e quaranta, sette sedie su un lato lungo interrotte da due tavolini, sedie con schienale e seduta in plastica rossa, tenute insieme da una struttura di alluminio, sui tavolini ci sono vari porta brochure, odore di etere e liquido lavapavimenti, sei persone in tutto, quattro seduti a coppie due continuano a camminare con brevi soste di pochi secondi, bisbigli delle due coppie sedute e una telefonata fatta di: loro lo sanno già/sono mesi che/questa è l'ultima/credimi.

Michele Risi

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