martedì 14 febbraio 2012

velleità #02

Dolci, a volte indigeste, azioni amorose!






mercoledì 8 febbraio 2012

winter guest II


chair king: anche in caso di abbondanti nevicate.
Giulia Pes scrive una storia per Chair King


























Sere quasi tutte uguali

Teresa stasera esce. É in ritardo, ha detto a Petra di non preoccuparsi, di aspettarla dentro, che arriva.
Il circolo “Anna K” é fuori dal centro, in una laterale vicino alla stazione, zona di condomini grigi, parrucchieri afro e agenzie di viaggio con i poster delle Mauritius. Per raggiungere il civico 38 Teresa deve svoltare in fondo alla strada, seguirne la curva, come l’ansa di un fiume scuro, e superare un’osteria. Una scritta blu dice “da Lucia”, la porta di tanto in tanto si apre e ne esce un ribollire di voci maschili. Appena oltre, la strada torna silenziosa e buia. Il posto é un locale ARCI di Udine, che di giorno ha le saracinesche abbassate, ma di sera, dietro le grandi vetrate e le tende gialle a righe, le luci sono sempre accese. Attaccati dall’interno con lo scotch, i manifesti delle campagne per i diritti degli omosessuali impediscono di guardare dentro, nella stanza al piano terra di una palazzina anni sessanta bicolore, senape e ocra.
Ha lasciato la bambina a casa, la vicina le terrà compagnia fino alle undici poi, forse, proverà a cercarla. Lei avrà guidato fino alla campagna, verso Campoformido, dove nella mattinata troveranno il suo corpo. Spinge la porta ed entra. Non c'è molta gente, ma il locale é piccolo e si é già riempito. Molti sono in piedi nella zona bar, i pochi tavoli di formica colorata, verde, blu e viola con le sedie abbinate, sono tutti occupati. C’é un gran vociare, la stanza dà un leggero rimbombo, il soffitto é ribassato, diviso in quadrati bianchi di cartongesso. Sulla parete lunga sono ancora appesi il manifesto per il 25 aprile e il poster di Pasolini. Teresa passa lo sguardo su ogni cosa, come se non fosse lì e quel posto le mancasse. Alla sua destra c’é il bancone di muratura dietro al quale un uomo alto appoggia sul piano bicchieri colmi di vino rosso senza pretese. Un foglio azzurro scritto a penna dice “sangria”. Teresa annusa l’odore accogliente di vecchia cucina. A Giulia, una volta, quell’uomo ha preparato un toast guarnito di salsa rosa e ci ha piantato al centro un ombrellino da cocktail. Trattamento speciale per le bambine.
Petra é in piedi in mezzo alla stanza, con un ragazzo. Carino.

- Ti ricordi di Matteo? Mi stava raccontando del suo cane.

Lui si volta a guardarla, la fissa per un istante, prima di stringerle la mano.

- Hai un cane? - riesce a dire Teresa.
- Si, beh, lui ha me, in verità. Me lo sono trovato in giardino! Quando l’ho visto, accucciato sotto una siepe, mi sono avvicinato e lui mi ha preso la mano tra le zampe e ha cominciato a leccarmela. Non ho avuto il cuore di cacciarlo.
- So cosa intendi...
- Ho messo in giro la sua foto, ho telefonato ai veterinari, ma nessuno é venuto a reclamarlo. É mio, diciamo. Anzi, se senti di qualcuno che ha perso un cane in zona Baldasseria, tu non ne sai niente!
Teresa ride. 
- A Giulia piacerebb...
- Come?
- A patto che me lo fai conoscere!
- Volentieri.
Matteo ha un sorriso dolce. Una donna con i capelli arruffati lo chiama dalla porta.
- Scusa, tra poco si comincia. Ci vediamo di là.

Sparisce nel muro di schiene della gente al bar.
Stasera ci sarà un concertino, jazz manouche, che in realtà, Teresa, non sa bene cosa sia. Matteo suona la chitarra, dicono che sia molto bravo, insegna in una scuola. Aveva una cotta per lui da ragazzina. Era il più bello tra quelli che conosceva. Se lo ricorda con i capelli chiari, lunghi fino alle spalle, il sorriso largo, due piccole rughe agli angoli della bocca. Lui non l’aveva mai notata, era andato a studiare fuori e non tornava quasi mai. Ora é lì, lo stesso sorriso. Sente l’impronta delle sue dita sul dorso della mano che le ha stretto.
Una fitta le blocca lo stomaco. Il veleno che ha preso sta cominciando a fare effetto, prima del previsto. Scaccia il brivido, mentre Petra ricompare.

- Dov’eri? Andiamo, tra poco comincia!

Matteo suona sottovoce nell’altra sala. Prova qualche giro di accordi, lascia che le mani vadano da sole, ascolta quello che ne esce. Qualcosa l’ha turbato, lo percepisce come un’interferenza. La stanza é in penombra, illuminata solo da un piccolo faro acceso per il concerto, puntato sul soffitto in modo che la luce sia diffusa e crei un’atmosfera intima. Il risultato non é ben riuscito, l’ambiente resta freddo, il sottile tappeto verde steso a coprire il pavimento di marmo e le tende scure appese per l’occasione hanno un’aria precaria.
Le corde vibrano sotto le dita, lo tranquillizzano. Matteo osserva le decorazioni alle pareti. Alcuni fili di lana colorata sono tirati da piccoli chiodi piantati nel muro, disegnano linee spezzate, che si incrociano e si allontanano. Ricordano la skyline di una metropoli, così come può disegnarla un bambino. Sulla pittura bianca, in una calligrafia ordinata, alcune frasi sono state scritte con un pennarello nero. Aforismi. L’idea non é brutta, ma nell’insieme appare come un tentativo svogliato di riempire un vuoto, senza allegria né originalità.
Una delle ragazze del circolo, Miriam, gli fa un cenno, sta per presentarlo al pubblico. Ferma le corde. La gente entra e riempie la stanza. Appoggiata alla parete di sinistra, in piedi, c’é Teresa. Si sente di nuovo nervoso. Miriam dice poche cose, niente di formale, coloro che hanno occupato le sedie sono degli habitué. La musica comincia. Per una buona mezzora Matteo esplora a caso il repertorio di danze zingare, dimenticando la scaletta che si era preparato, canta qualche pezzo swing francese degli anni quaranta. Il pubblico batte il piede sul pavimento, muove la testa a ritmo, applaude forte. Matteo di tanto in tanto controlla il muro di sinistra e Teresa é sempre lì, lo guarda e non applaude. Sorride debolmente e tiene le mani giunte.
Buio. Un verso di sorpresa si gonfia nella stanza. La voce di Miriam invita a stare fermi, potrebbe essere il contatore generale, ogni tanto salta. Matteo non si ferma, suona Minor Swing, adesso, di Django Reinhardt, in acustico, a quanto pare e alla cieca. Dopo qualche istante la piccola folla torna silenziosa, a parte qualche risatina nervosa, chi conosce la canzone schiocca le dita a tempo, avvolto nell’oscurità. L’aria nella stanza sembra più consistente, gli occhi si abituano al buio. A Matteo pare di essere tornato bambino, quando con suo fratello si nascondeva sotto una coperta. Un odore buono gli arriva al naso. Guarda nell’oscurità in direzione di Teresa, in un qualche modo suona per lei, per lei soltanto, nel buio.
Dopo alcuni minuti il faro si riaccende, tra mugolii di protesta, la stanza torna rumorosa.

- Facciamo una pausa di dieci minuti. - annuncia Miriam.

Matteo afferra la chitarra per il manico e la appoggia sulla sedia al suo fianco. É allora che nota un biglietto bianco, piegato a metà, infilato tra le chiavette. Lo sfila, lo apre e legge. Si guarda attorno, si alza e corre in strada, fa qualche passo verso l’osteria, poi verso il sottopassaggio, si pente e torna indietro, nelle mani ha il biglietto:
Devo proprio andare.
Peccato.
Suoni davvero bene.
Teresa.”


Giulia Pes 

sabato 21 gennaio 2012

Crociera per due





















Ogni anno comprava un biglietto della lotteria alla festa dell'Assunta, ogni anno sperava di vincere quella cazzo di FiatPunto, ma quest'anno le cose erano cambiate. Il tipo al banchetto che staccava i tagliandi gli aveva illustrato i premi con un entusiasmo modesto:

1 Viaggio crociera nel Mediterraneo;
2 Televisore LCD;
3 Viaggio a San Giovanni Rotondo (FG);
4 Prosciutto crudo KG 3.
L'aveva preso lo stesso il biglietto, anche senza la FiatPunto la lotteria gli sembrava un modo intelligente di spendere le proprie speranze, serie AF 4723, aveva lasciato nome: Marcello, cognome: Ficardo, e il numero del cellulare.
La luminaria tingeva la folla di un colore caldo e tendente al rosso, un vecchio cantante intratteneva un pubblico di montanari apatici e abitudinari. Marcello aveva voglia di divertirsi, di passare quella sera senza essere inondato dal ricordo di Giovanna. Quella sera aveva voglia di sperare, di credere nella fortuna, di credere che quei tre euro per il biglietto della lotteria non erano stati spesi male.
Il viadotto dell'autostrada sovrastava le casette ammassate tra il letto del fiume in secca e la montagna; una serie sconfinata di balconate con ferri sporgenti conferiva al paesaggio un'aria di decrepita precarietà. Le case lungo il corso erano quasi tutte disabitate, seconde e terze case costruite per occupare spazi che una volta erano a appannaggio di porcospini e cinghiali. Litri di profumo scadente si miscelavano all'odore di sudore generando un puzzo nauseabondo che si spargeva nell'aria viaggiando appaiato alle nubi di fritto e alle fumate bianco cenere delle sigarette.
La FiatPunto era stata eliminata; la crisi, il fatto che gli incentivi statali non c'erano più e il conseguente calo delle vendite in concessionaria, aveva costretto la signora Veronica – la benefattrice della concessionaria Fiat – a sospendere quella generosa donazione alla Madonna. Il tipo che staccava i biglietti tentava di spiegare a Marcello che la signora Veronica aveva comunque provveduto agli altri premi, ma che le era stato impossibile compiere lo "sforzo" dell'automobile.
La coda al banchetto andava ingrossandosi, mancavano poco meno di 30 minuti alla chiusura delle vendite dei numeri e qualche contadino con le banconote arricciate in un mazzo voluminoso e sporco, tenuto unito da un elastico, tentava la sorte comprando intere serie di tagliandi.
Marcello guardava la patetica esibizione dei musicisti buttando l'occhio su qualche ragazza agghindata come una vacca da fiera, erano tutte in cerca di buona sorte o almeno di qualche onesto lavoratore. Sul palco il cantante pronunciava in continuazione il nome del paese con un'accento emiliano-romagnolo che rendeva incomprensibile a molti il riferimento geografico. I membri della band erano tutti avanti con gli anni per quel mestiere; dalle camicie nere e vinaccia, attillate sui fianchi, spuntavano pance trattenute a stento dai bottoni in finta madreperla. Il bassista provava a scuotere la testa nell'aria senza riuscire a smuovere i pochi capelli che campeggiavano su di una pelata cotta dal sole. Erano arrivati all'ultima canzone e sul palco li raggiunse l'impresario della lotteria dell'Assunta con l'urna dei biglietti.
Marcello oramai stava risalendo a ritroso il corso facendosi largo tra gli spettatori, aveva perso interesse per i premi e l'intento di scordarsi almeno per una sera di Giovanna era naufragato nel profumo scadente delle donne accalcate dinnanzi al palco della festa. Non era mai stato in crociera e non era proprio sicuro di volerci andare. Il biglietto, che sino a quel momento aveva stretto in mano come a dimostrare una sorta di attaccamento emotivo, l'aveva già riposto nel taschino della camicia. Era diretto alla terrazza dei noccioli, ci era sempre andato con Giovanna; una volta avevano portato con loro anche la madre di lei, era un posto tranquillo, da dove si poteva godere in santa pace dei fuochi d'artificio che avrebbero chiuso la festa e disperso la calca di contadini e paesani. Ripensando all'anno passato rimpiangeva di non aver stretto abbastanza a sé Giovanna, di non averle detto che l'amava, di non averla baciata o almeno di non essersela scopata qualche volta in più. Quando giunse in cima si accorse di essere da solo, sporgendosi oltre il guardrail di ferro zincato, che divideva il bosco di noccioli dalla provinciale, poteva scorgere una fila ordinata di famiglie e bambini salire per prendere posto. Una FiatBravo rossa, segnata da un enorme adesivo pubblicitario della concessionaria Figlioli, risaliva la provinciale a passo d'uomo. Dall'auto discese la signora Veronica e il figlio Umberto con moglie e figli, in macchina restava solo Tonio, il marito della signora Veronica. La signora Veronica era stata una venditrice formidabile e un instancabile oratrice, non smetteva mai di ripetere che grazie a lei, grazie alle centinaia di FiatRitmo che aveva venduto negli anni ottanta, l'avvocato Agnelli aveva comprato Platini. Un anno, era il 1981, aveva ricevuto anche una targa dalla Fiat in cui si attestava che la sua era la concessionaria che aveva venduto il maggior numero di FiatRitmo dell'intera penisola. Le cose però da qualche tempo non le andavano più tanto bene. Tutto era iniziato coi produttori asiatici, TOYOTA e HYUNDAI in particolar modo, che gli avevano rubato una gran numero di clienti e con il costo della benzina e con le tasse e con gli acciacchi del marito.
La signora Veronica era una donna sulla cinquantina, curatissima, sempre attenta all'abbigliamento e orgogliosa del proprio aspetto; quella sera sembrava una madonna sull'altare con il suo girocollo in oro massiccio, i suoi orecchini di perla, i suoi anelli, le sue spille, il suo cammeo e il suo fermacapelli d'oro e brillanti. Era abbronzatissima, quasi color crema di nocciola, a guardarla da lontano sembrava che tutto l'oro che aveva addosso camminasse da solo nell'oscurità. Aveva un vestitino a tubetto con un abbondantissima scollatura che lasciava spazio a sufficienza per lo spacco del seno e per il vistoso girocollo in oro. I capelli erano corti, un ciuffo appena più lungo le calava sulla fronte trattenuto però da quel suo grosso fermaglio simile ad una coroncina di brillanti. La signora Veronica aveva la stessa età della madre di Marcello, non erano propriamente amiche ma a volte si intrattenevano parlando dei rispettivi figli e di tutte quelle cose che due signore della stessa età possono avere in comune, anche se, fatta eccezione per quelle similitudini superficiali, per il resto erano diverse in tutto.
«Beh e tu che ci fai tutto solo qui a guardare i fuochi?» fece la signora Veronica accorgendosi che Marcello la fissava «Che, hai litigato con la fidanzata?»
«Signora.. buona sera» fece Marcello «a volte è meglio starsene un po da soli.»
Marcello cercò di essere il più gentile possibile provando a sottrarsi con la vaghezza a quella domanda pettegola pronunciata con la sfacciataggine di chi sa ma finge di non sapere.
«Bravo, bravo; saggio e riflessivo...» poi da una vocina acuta e sottile emerse un “nonna” pronunciato, nel buio della notte, dalla nipotina della signora Veronica.
«Un attimo solo caro che sistemo la bambina.»
Non amava essere chiamata nonna in pubblico, tutti in paese sapevano che aveva quattro nipoti, ma non le andava di sentir pronunciare la parola “nonna”: la turbava, le rovinava quello stato di grazia a cui giungeva grazie a quello che credeva essere il suo aspetto impeccabile. Marcello la vide scomparire, poi fissò gli occhi sulla luce verde del suo telefono cellulare, scorrendo la rubrica si fermò sul numero di Giovanna; avrebbe voluto chiamarla chiederle qualsiasi cosa.
«Allora.. dove eravamo rimasti?» La signora Veronica si era riportata al fianco di Marcello e, con un fare suadente aveva allungato la mano sullo schermo da tre pollici del telefono sino a coprirne totalmente la luminescenza e i numeri.
«Non disturbiamo chi vuole essere lasciata in pace.» la signora ripose il telefonino nella tasca anteriore dei pantaloni di Marcello, il quale restò in silenzio anche quando la signora gli disse:
«Metto mio marito a nanna.»
Era come aver staccato un assegno in concessionaria, oramai era fatta, bisognava solo attendere che arrivasse il colore che si era scelto; in magazzino avevano due vetture rosse e una gialla, ma a Marcello sembrava assurdo andare in giro con una macchina rossa o gialla, la voleva grigia la sua FiatPunto. Veronica ritornò in un lampo, e senza dover attingere ulteriormente al suo repertorio di frasi maliziose, schioccò un bacio sulle labbra di Marcello risucchiandolo aldilà del guardrail. La signora iniziò a svestirsi con una rapidità doppia rispetto a quella del ragazzo, quando Marcello si accorse di cosa stava succedendo, il vestito a tubino giaceva sulle foglie morbide dei noccioli e di fronte a lui si parava una donna nuda e completamente adornata d'oro e di brillanti. In pochi secondi Marcello venne colpito dalla furia delle tette brune della donna assaporandone il gusto alla vaniglia e costatando i solchi sottili delle rughe del petto.
La FiatPunto che voleva non era arrivata, c'era stato un problema con il colore, avrebbe dovuto accontentarsi di una delle due autovetture, la rossa per la precisione, inoltre, in quel modello, non vi erano gli alzacristalli elettrici posteriori e le dotazioni erano quelle di base, ma a Marcello sembrò inutile aspettare per una cosa che tanto non poteva permettersi, così chiuse gli occhi e si abbassò i pantaloni.
I fuochi iniziarono a esplodere nel cielo, da prima i rombi delle esplosioni squarciarono il silenzio della valle, poi i lampi verdi, rossi, azzurri e dorati illuminarono l'oscurità della montagna. Marcello vedeva i colori psichedelici dei fuochi d'artificio riflessi nella pelle bruna della signora che intanto tratteneva i suoi mugolii strozzando sul nascere tutti quei lamenti di desiderio che sperava potevano esplodere da un momento all'altro.
La bambina urlava: «NONNA NONNA I FUOCHI I FUOCHI»
La signora Veronica rispondeva con dei lunghi “SSSSSIIIII SSSSSIIIII” trattenendo la rabbia per quei nonna pronunciati ai quattro venti.
Poi il telefono di Marcello si accese in un canto stonato.
«Giovanna» disse il ragazzo, scostandosi con un balzo all'indietro dal corpo vibrante e rispondendo di getto all'aggeggio che suonava nel rumore assordante dei fuochi s'artificio.
«Ficardo Marcello… Ficardo Marcello» una voce sovrastata dalla confusione e dai botti pronunciava il nome di Marcello come davanti a migliaia di persone «Complimenti, complimenti lei ha vinto una Crociera per due nel Medite...»
La signora Veronica strappò via il telefono dalle mani molli di Marcello interrompendo la comunicazione, nelle zampe di gallina i colori del cielo si riproducevano in nuove evoluzioni pirotecniche, un sorriso si allargò sul volto del ragazzo, non era una FiatPunto, ma aveva vinto una Crociera nel Mediterraneo, una crociera per due.
Per due cazzo.



domenica 15 gennaio 2012

operazioni immobiliari
























In autunno faceva il conto con le foglie ammucchiate davanti casa, coi capelli sul cuscino e poco altro ancora; d'inverno coi tipi del gasolio, con la condensa agli infissi e con le offerte al supermercato; la primavera e l'estate erano tutto sommato uguali, insomma, gli anni passavano anche senza chiederlo e la casa di proprietà gli garantiva un tetto e un recinto fatto di mura e poco più.
Quella mattina si alzò presto per andare al cesso, la schiena gli faceva male e la macchia d'umidità in camera da letto stava quasi per inghiottirlo. Dalla strada poteva sentire qualcuno bisbigliare proprio davanti alla finestra del salotto. Un fiotto giallo come il miele, schizzò via dal cesso colpendo le piastrelle e un tappetto oramai zuppo, guardando in basso pensò ai piaceri della vita coniugale. Andava tutto bene, era tutto come al solito, ma qualche cosa fuori dalle sue finestre si muoveva con troppa vitalità, erano da poco passate le otto e una escavatrice piazzò il suo grosso culo metallico proprio di fronte alla finestra del soggiorno. Il terreno alle spalle della sua casa, quasi tre ettari di sterpaglia e topi, stava per essere trasformato in un cantiere: tre escavatrici, una gru e un gruppo di uomini sboccati, stavano per invadere la tranquillità di quelle casette monofamiliari.
I primi tempi non furono semplici, tra la polvere, le lattine di birra, le cartacce e gli operai in giro a cacare, Marco fu costretto ad una convivenza indesiderata. Spesso rimpiangeva i vecchi tempi, era meglio avere gli sterpi e i topi come vicini che quel cantiere, i topi – pensava – erano meglio degli uomini se tenuti fuori dalla porta di casa.
Col tempo le cose si regolarizzarono, Marco dovette solo sforzarsi d'aggiungere alla sua lista delle cose dell'inverno la polvere e il cantiere. Passava ore ed ore a guardare quel pezzo di mondo che cresceva proprio fuori dalla sua finestra, studiava le traiettorie delle gru e registrava i rumori delle macchine. Marco, a modo suo, si era affezionato a quell'attività che gli imbrattava il divano e gli ostruiva le narici del naso. Guardava l'incedere lento dei lavori con la stessa attenzione senile che gli anziani prodigano nello studiare i fori sul manto stradale, aveva anche smesso di guardare la TV, gli sembrava che quello che succedeva fuori dalla sua finestra fosse molto meglio di qualsiasi trasmissione televisiva.
Col passare dell'inverno le giornate si allungarono e i lavori al cantiere proseguirono con più veemenza, un gran numero di camion e betoniere iniziò a percorrere di corsa lo stradone in terra battuta che portava sino ai fossi delle fondamenta. Marco, sbirciando dallo steccato in lamiera, vide una distesa di terra e cemento intervallata da ampie buche grosse come tombe per dinosauri, una grossa operazione immobiliare - pensò.
Il piatto in cui aveva mangiato la sua carne in scatola e i suoi ceci precotti era ricoperto da un velo sottile di grasso, uno strato appena sufficiente ad opporre una strenua resistenza allo scorrere dell'acqua che usciva da rubinetto in cucina. Senza nessun preavviso un'esplosione dal botto simile a quello di un pneumatico forato partì dalla canna e una chiazza color ruggine sparata dritta sull'interno in ceramica costrinse Marco ad indietreggiare come se minacciato da un'arma convenzionale. Mentre la fontana sparava, alternando al flusso regolare dell'acqua matasse viscose e putride, dallo scarico del lavello iniziò a risalire come dall'oltretomba un grugnito spaventoso. Marco si sfilò in fretta i guanti gialli di lattice e vedendoli lasciò cadere il piatto che, a contatto con il suolo, si ruppe in due pezzi uguali. Ad uno ad uno cominciarono ad uscire correndo come inseguiti dal loro nemico naturale. Venivano fuori dappertutto, c'era chi risaliva dagli scarichi, chi dalla tazza del cesso, chi invece sbucava dalle condutture dell'areazione. Erano grigi, erano grossi, un esercito di topi il cui squittire acuto copriva qualsiasi altra fonte di rumore. Una prima fila schierata come una quadriglia ordinata osservava Marco dal basso, altri plotoni disordinati si erano asserragliati invece, sui mobili e dietro le tende. Stavano rodendo tutto quello che i loro denti riuscivano a sbriciolare. Fuori dal recinto della villetta monofamiliare i camion e le betoniere avevano ricominciato a correre lungo il selciato lasciando tracce bianche sull'asfalto antistante il cantiere, il loro rumore, in casa, giungeva come un fruscio lontano, nella mente di Marco proliferavano immagini di nuvole di polvere bianca alzate dalla corsa di camionisti indisciplinati. I topi erano meglio degli uomini, ma fuori dalla porta di casa, di questo ne era certo.  

domenica 25 dicembre 2011

xmas guest

Non sempre a natale gli ospiti sono parenti:
Claudia Balocchini scrive una storia per Chair King

Auguri




































Aprì gli occhi perché le orecchie si erano sentite offese dai suoni della tv che passavano distinti senza ostacoli dal pannello di vetro della porta.
Mano a mano che la vista si abituava alla penombra, il corpo mandava i primi indizi di dolore.
La camera da letto cominciò a ruotare attorno al piede sinistro appoggiato su una pila di cuscini. La caviglia era gonfia. Pulsava. Provò a muovere le dita. Una fitta.
Anche la mano destra doleva. Le nocche erano sbucciate e avevano sanguinato.
Dalla tv si sentiva la pubblicità.
Un improvviso pensiero spinse la lingua a percorrere entrambe le arcate. Stavolta nessun dente era andato perso.
Com'è che era finito a fare di nuovo a botte? Non le aveva promesso di smettere?
La tv confondeva i pensieri.
La memoria non rispondeva.
Sentì di nuovo gli auguri dalla televisione: il fatto che era natale spiegava molte cose.
Ma lei era ancora di là?

Claudia Balocchini

venerdì 23 dicembre 2011

Cambio al Binario #3

Cambio al Binario #3

Cambio al Binario è un appuntamento a scadenza irregolare dove due blog:
si danno il cambio su di un argomento comune

ecco il n#3:
Il parcheggio























Crevalcore Due

Crevalcore Due è uno dei più vecchi centri commerciali della zona, non assomiglia ai nuovi sembra più una specie di galleria del centro, ma qua siamo lontani dal centro, siamo nella bassa, come la chiamano da queste parti. Da fuori è sgraziato, la forma è asimmetrica sembra la metà di qualcosa, ma non c'è mai stato quel qualcosa e mai lo faranno (credo), il parcheggio è più complicato delle solite aree deserte, la maggior parte dei parcheggi qui è a lisca di pesce, ci sono bordi alti di cemento che dividono le varie stradine anche loro oblique, in più ci hanno piazzato una fermata dell' autobus che si prende un bel po' di spazio, beccare l'ingresso giusto del parcheggio non è semplice dato che non è segnalato, a dire il vero tutto è poco segnalato, solo il cliente veterano si muove con facilità, io sbaglio l'ingresso due volte poi finalmente seguo un' auto color grigio canna di fucile che mi facilità l'entrata.
Dentro ci troviamo varie attività commerciali: una rosticceria, un bar, una gelateria, un'edicola, un negozio di scarpe, uno di cineserie a un euro con fuori un' insegna spiazzante “aggiustiamo vestiti” non un cartello, proprio dove ci dovrebbe essere il nome del negozio c'è questa scritta, un fotografo, un negozio di abbigliamento, uno di elettrodomestici e la coop.
Io devo comprare latte, dentifricio, spazzolino e filo interdentale. Sono un fanatico del lavaggio denti e uso solo prodotti costosi almeno per le mie tasche, prodotti che pochi anni fa si trovavano solo in farmacia, ma il filo interdentale lo prendo della coop perché non è male e te ne danno cinquanta metri.
All'entrata un gruppo di nord africani si riscalda, mentre attendono pazienti il prossimo autobus, le dimensioni di questo centro commerciale fanno sorridere lo rendono familiare povero con un che di est europa. Entro nella coop, assomiglia un po' a un discount perché causa l' insufficienza di ampi spazi la roba è ammassata con noncuranza, prendo subito il latte poi mi faccio fregare da una promozione sul miele in confezione da mezzo kg, scoprirò solo ore dopo che la cassiera non mi ha fatto lo sconto sul miele o che io non ho letto bene il cartello della promo, poi igiene dentale, poi scappo di corsa alla cassa prima di spendere altri soldi. La cassiera da subito non mi sta simpatica perché la vedo lenta e io, anche se non ho alcun impegno, come tutti alla cassa ho fretta, poi quando arriva il mio turno qualcosa cambia nel nostro micro-rapporto, perché scopro che proprio in quella lentezza sta la sua forza, stanno una serie di cure e aggettivi nei miei confronti che mi portano gioia e mi saluta con buona serata, saluto che preferisco al buona sera, buona serata è più confidenziale e concretizza la mia serata come evento non la sera in generale.
Mentre sto andando verso l'uscita accade qualcosa di strano con la coda dell'occhio intravedo l'interno del negozio di scarpe, una serie di immagini stagliuzzate mi riempono la testa, cresce in me un senso di nausea e noia, immagini che riesco ora a decifrare, qui ci venivo con mia madre nei ipergonfi anni ottanta. Lunghi sabati mattina dove io mi rompevo profondamente le palle e mi annoiavo un sacco, odiavo dover interagire con i commessi, odiavo ancora di più comprare le scarpe in questi negozi con le scarpe a basso prezzo con questi commessi insistenti che mi schiacciavo e io soccombevo e mia madre soccombeva e ci facevamo rifilare ogni sorta di stronzata. Estenuanti giornate in cui io e la mamma entravamo in un centro commerciale alle nove e ne uscivamo verso le due, stanchi arrabbiati, io ancora di più perché ero obbligato a questo calvario, in me cresceva un profondo grigio senso di noia di perdita di tempo, che ora mi è tornato su.
Affretto il passo veloce quasi corro verso l'auto, ci metto dieci minuti per uscire da un parcheggio deserto, in macchina ascolto l'ultimo dei “ I cani” che mi fa sorridere di gusto, mentre il mio cervello mi ripropone un paio di orribili scarponcini verde scuro, un paio di nike air force, commessi brufolosi insistenti, la borsa della mandarina duck di mia madre, i pacchetti di multifilter 100's che fumava.

Michele Risi

leggi il cambio su non coprire

giovedì 15 dicembre 2011

Narrativa postprandiale


























Narrativa post prandiale, un laboratorio per l'autoproduzione e sulla ridefinizione del concetto di noia.

Narrativa post prandiale è un laboratorio destinato alla produzione di racconti brevi e all'autoproduzione del numero #0 di una fanzine letteraria.
Il laboratorio di scrittura creativa nasce direttamente da una riflessione su di un tratto del lavoro dello scrittore americano David Foster Wallace: la noia.

Partendo dall'assioma che ogni uno di noi è pervaso da un fondamentale egocentrismo e che, data questa configurazione di base, noi tutti - appartenenti per nascita al genere umano - siamo soliti considerarci il centro del mondo che viviamo, disprezzando ogni istante o attimo non funzionale alla soddisfazione e all'appagamento di noi stessi, e che quindi, assodata l'impossibilità di soddisfare in modo continuo i nostri bisogni, siamo costretti a vedere nella noia, che pervade molti dei momenti del nostro vivere quotidiano, un oggetto o stato d'animo con cui convivere.
Dalla noia che, in questo caso per questioni del tutto funzionali e per nulla scientifiche, definiremo:
Stato di sospensione temporanea dell'incremento egoico;
dovranno scaturire le condizioni propizie alla produzione di una narrazione letteraria.

Trasformare quindi quello stato, già definito sospensivo dell'incremento egoico, in uno sviluppo e incrementativo delle capacità di attenzione verso i dettagli e le minuzie delle esistenze quotidiane. La noia dovrà quindi riconvertirsi nella piena e soddisfacente felicità, fertile condizione da cui attingere, bottino da cui depredare forme, funzioni e figure narrative.
Il laboratorio sarà strutturato a partire dall'esercizio di semplici azioni fondamentali: osservazione, riflessione, produzione.
Sarà reso possibile, ai fini della partecipazione al laboratorio, una completa immersione in una condizione, già supra definita, di sospensione temporanea dell'incremento egoico.
Propedeutici al laboratorio saranno alcune brevi composizioni narrative fornite ai partecipanti sotto forma digitale.

Narrativa post prandiale
un laboratorio per l'autoproduzione e sulla ridefinizione del concetto di noia
nasce da un'idea di Vincenzo Estremo e sarà tenuto dall'autore stesso presso:
Progetto Giovani
Via Udine, 1
33097 Spilimbergo, (Pn)

Potrà prendervi parte chiunque ne faccia richiesta nei limiti dell'unità numerica di 7 partecipanti.

Si terrà nei giorni di:
giovedì 29 dicembre ore 18 - 22
venerdì 30 dicembre ore 16 - 19

per informazioni:
tel. 0427 419049 cell. 347 5858273

mail  
postprandialenarrativa@gmail.com