Si dicevano sempre addio, lo facevano ogniqualvolta si lasciavano. Lo facevano per gli incontri occasionali sulla strada verso il panettiere o mentre sostenevano di correre a comprare il latte e tutte quelle cose di cui dicevano di aver bisogno per sopravvivere. Si dicevano addio perché era il modo migliore per essere felici di ritrovarsi. Bene, si dicevano addio anche perché non potevano aspettare troppo prima di correre verso quello di cui avevano bisogno realmente, nè pane nè latte, ma loro si dicevano addio per ritrovarsi con la loro solitudine accompagnati dai loro bicchieri di vino. Si erano conosciuti dicendosi addio, guardandosi negli occhi per un istante, alla fermata del bus, e capendo che il modo migliore per celebrare quell'incontro e per augurarsi quel distacco fosse dirsi addio. Lui capitava spesso nei bar che lei frequentava ma mai nel momento in cui lei era presente, d'altronde lei usciva spesso dalle cantine in cui lui stava per entrare. Si mentivano, si erano sempre mentiti, e le rare volte che si erano fermati a parlare di loro si erano solo confessati delle cose che non erano accadute davvero. Lui diceva di amare le lunghe colazioni salate, lei di passare i sabato pomeriggio a leggere letteratura svedese. Alle persone dichiaravano di essere dei perseguitati politici, afflitti dal peso delle idee, la gente non credeva a una delle loro parole e immaginava che l'unica afflizione a cui quei due andavano in contro era quella di non potersi permettere una nuova boccia di vino. Lui e lei non bevevano mai insieme, ognuno per conto suo e tutti e due separatamente. Nella loro completa solitudine bevevano quanto più gli era possibile e quanto più le loro finanze potevano offrirgli. Come ho detto si mentivano su tutto, ma sopratutto si mentivano sul bere. Qualche volta lui, che tra i due era il più ingenuo, confessava parzialmente di aver bevuto un bicchiere e lei, che tra i due aveva capito meglio come funzionano le brutture della vita, replicava che erano quasi otto anni che non toccava un bicchiere. Lui e lei vivevano in case non molto distanti tra loro, agli amici dicevano di essere perfino innamorati, ma chi li conosceva sapeva bene che non si erano mai nemmeno accarezzati. Un giorno, non lontano dalle loro case, lui fu scaraventato fuori da un bar dove stava bevendo lo stesso bicchiere da più di due ore. Il proprietario del bar l'aveva visto contorcersi sulla sedia nel tentativo di tenere a freno quella sua lingua ruvida e torturata dal languore, l'aveva visto trattenere le lacrime difronte al liquido rosso che scemava davanti a sé. Stava provando a non bere aspettando che qualcuno nel bar iniziasse ad offrire del vino per celebrare un qualsivoglia evento a cui lui avrebbe senz'altro contribuito con i migliori auguri di cui era capace. Quella sera, in quel bar, nessuno sembrava aver bisogno di bere in compagnia, ognuno affondava la bocca nella celebrazione aspra e solitaria del bicchiere tenendosi alla larga da tutte quelle cose che possono entrare da per tutto ma di certo non nel foro circolare in cui cascavano i loro occhi. Lui bevve ciò che gli restava nel fondo del bicchiere precipitando gli occhi sull'asta che ne sorreggeva il collo e capitombolando per disperazione sul legno macchiato dalla cenere e dal fumo dei millenni. Quando si accorse di aver vuotato tutto quel che gli era rimasto, iniziò a supplicare il barista di dargli qualcosa da bere di fargli credito o di accettare in permuta quella che lui diceva essere una sciarpa in cashmere principe di Galles. Il barista era un uomo senza segreti e che conservava tutto ciò di cui si ricordava nella pancia. Negli anni aveva imparato diverse cose sui debiti. Sapeva che nessuno mai avrebbe pagato quelli da gioco e che nessun altro ancora avrebbe saldato i prestiti, ma sopratutto era certo che i debiti del bere erano quelli che scomparivano dalla memoria dei debitori come il vino dai loro bicchieri. Lui si ritrovò fuori dal bar macchiato di vino e con il volto insanguinato, lei per caso stava passeggiando con in mano il fiasco vuoto di un pomeriggio intero. Nell'istante in cui si videro negarono entrambi la possibilità d'aver bevuto, lei disse che gli sembrava di aver sentito qualcosa bruciare nel vialetto del suo giardino e di essersi precipitata a vuotare una bottiglia d'acqua su quello che temeva potesse diventare un grosso incendio. Lui disse che aveva a tal punto corretto i sui testi sulla guerriglia di strada da non essersi accorto dell'inchiostro che dalle dita gli era scivolato sul petto e sul colletto della camicia. Quella volta si dissero addio quasi immediatamente, le loro menzogne sembravano plausibili come sempre, ma entrambi sapevano che come tutte le menzogne anche le loro erano fragili e succubi del tempo. Quella storia andò avanti svariate altre volte, tra lui e lei nessuno ammise mai all'atro ciò che era chiaro ad entrambi, la gente continuò a chiamarli ipocriti e menzogneri, ma qualcuno, io ne sono certo, imparò ad apprezzarli e a capire che erano solo dei liberi poeti e non esclusivamente degli amanti superficiali.
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sabato 17 gennaio 2015
I debiti del bere
Si dicevano sempre addio, lo facevano ogniqualvolta si lasciavano. Lo facevano per gli incontri occasionali sulla strada verso il panettiere o mentre sostenevano di correre a comprare il latte e tutte quelle cose di cui dicevano di aver bisogno per sopravvivere. Si dicevano addio perché era il modo migliore per essere felici di ritrovarsi. Bene, si dicevano addio anche perché non potevano aspettare troppo prima di correre verso quello di cui avevano bisogno realmente, nè pane nè latte, ma loro si dicevano addio per ritrovarsi con la loro solitudine accompagnati dai loro bicchieri di vino. Si erano conosciuti dicendosi addio, guardandosi negli occhi per un istante, alla fermata del bus, e capendo che il modo migliore per celebrare quell'incontro e per augurarsi quel distacco fosse dirsi addio. Lui capitava spesso nei bar che lei frequentava ma mai nel momento in cui lei era presente, d'altronde lei usciva spesso dalle cantine in cui lui stava per entrare. Si mentivano, si erano sempre mentiti, e le rare volte che si erano fermati a parlare di loro si erano solo confessati delle cose che non erano accadute davvero. Lui diceva di amare le lunghe colazioni salate, lei di passare i sabato pomeriggio a leggere letteratura svedese. Alle persone dichiaravano di essere dei perseguitati politici, afflitti dal peso delle idee, la gente non credeva a una delle loro parole e immaginava che l'unica afflizione a cui quei due andavano in contro era quella di non potersi permettere una nuova boccia di vino. Lui e lei non bevevano mai insieme, ognuno per conto suo e tutti e due separatamente. Nella loro completa solitudine bevevano quanto più gli era possibile e quanto più le loro finanze potevano offrirgli. Come ho detto si mentivano su tutto, ma sopratutto si mentivano sul bere. Qualche volta lui, che tra i due era il più ingenuo, confessava parzialmente di aver bevuto un bicchiere e lei, che tra i due aveva capito meglio come funzionano le brutture della vita, replicava che erano quasi otto anni che non toccava un bicchiere. Lui e lei vivevano in case non molto distanti tra loro, agli amici dicevano di essere perfino innamorati, ma chi li conosceva sapeva bene che non si erano mai nemmeno accarezzati. Un giorno, non lontano dalle loro case, lui fu scaraventato fuori da un bar dove stava bevendo lo stesso bicchiere da più di due ore. Il proprietario del bar l'aveva visto contorcersi sulla sedia nel tentativo di tenere a freno quella sua lingua ruvida e torturata dal languore, l'aveva visto trattenere le lacrime difronte al liquido rosso che scemava davanti a sé. Stava provando a non bere aspettando che qualcuno nel bar iniziasse ad offrire del vino per celebrare un qualsivoglia evento a cui lui avrebbe senz'altro contribuito con i migliori auguri di cui era capace. Quella sera, in quel bar, nessuno sembrava aver bisogno di bere in compagnia, ognuno affondava la bocca nella celebrazione aspra e solitaria del bicchiere tenendosi alla larga da tutte quelle cose che possono entrare da per tutto ma di certo non nel foro circolare in cui cascavano i loro occhi. Lui bevve ciò che gli restava nel fondo del bicchiere precipitando gli occhi sull'asta che ne sorreggeva il collo e capitombolando per disperazione sul legno macchiato dalla cenere e dal fumo dei millenni. Quando si accorse di aver vuotato tutto quel che gli era rimasto, iniziò a supplicare il barista di dargli qualcosa da bere di fargli credito o di accettare in permuta quella che lui diceva essere una sciarpa in cashmere principe di Galles. Il barista era un uomo senza segreti e che conservava tutto ciò di cui si ricordava nella pancia. Negli anni aveva imparato diverse cose sui debiti. Sapeva che nessuno mai avrebbe pagato quelli da gioco e che nessun altro ancora avrebbe saldato i prestiti, ma sopratutto era certo che i debiti del bere erano quelli che scomparivano dalla memoria dei debitori come il vino dai loro bicchieri. Lui si ritrovò fuori dal bar macchiato di vino e con il volto insanguinato, lei per caso stava passeggiando con in mano il fiasco vuoto di un pomeriggio intero. Nell'istante in cui si videro negarono entrambi la possibilità d'aver bevuto, lei disse che gli sembrava di aver sentito qualcosa bruciare nel vialetto del suo giardino e di essersi precipitata a vuotare una bottiglia d'acqua su quello che temeva potesse diventare un grosso incendio. Lui disse che aveva a tal punto corretto i sui testi sulla guerriglia di strada da non essersi accorto dell'inchiostro che dalle dita gli era scivolato sul petto e sul colletto della camicia. Quella volta si dissero addio quasi immediatamente, le loro menzogne sembravano plausibili come sempre, ma entrambi sapevano che come tutte le menzogne anche le loro erano fragili e succubi del tempo. Quella storia andò avanti svariate altre volte, tra lui e lei nessuno ammise mai all'atro ciò che era chiaro ad entrambi, la gente continuò a chiamarli ipocriti e menzogneri, ma qualcuno, io ne sono certo, imparò ad apprezzarli e a capire che erano solo dei liberi poeti e non esclusivamente degli amanti superficiali.
sabato 21 gennaio 2012
Crociera per due
Ogni anno comprava un biglietto della lotteria alla festa dell'Assunta, ogni anno sperava di vincere quella cazzo di FiatPunto, ma quest'anno le cose erano cambiate. Il tipo al banchetto che staccava i tagliandi gli aveva illustrato i premi con un entusiasmo modesto:
1
Viaggio crociera nel Mediterraneo;
2
Televisore LCD;
3
Viaggio a San Giovanni Rotondo (FG);
4
Prosciutto crudo KG 3.
L'aveva
preso lo stesso il biglietto, anche senza la FiatPunto
la lotteria gli
sembrava un modo intelligente di spendere le proprie speranze, serie
AF 4723, aveva lasciato nome: Marcello, cognome: Ficardo, e il
numero del cellulare.
La
luminaria tingeva la folla di un colore caldo e tendente al rosso, un
vecchio cantante intratteneva un pubblico di montanari apatici e
abitudinari. Marcello aveva voglia di divertirsi, di passare quella
sera senza essere inondato dal ricordo di Giovanna. Quella sera aveva
voglia di sperare, di credere nella fortuna, di credere che quei tre
euro per il biglietto della lotteria non erano stati spesi male.
Il
viadotto dell'autostrada sovrastava le casette ammassate tra il letto
del fiume in secca e la montagna; una serie sconfinata di balconate
con ferri sporgenti conferiva al paesaggio un'aria di decrepita
precarietà. Le case lungo il corso erano quasi tutte disabitate,
seconde e terze case costruite per occupare spazi che una volta erano
a appannaggio di porcospini e cinghiali. Litri di profumo scadente si
miscelavano all'odore di sudore generando un puzzo nauseabondo che si
spargeva nell'aria viaggiando appaiato alle nubi di fritto e alle
fumate bianco cenere delle sigarette.
La
FiatPunto
era stata eliminata; la crisi, il fatto che gli incentivi statali non
c'erano più e il conseguente calo delle vendite in concessionaria,
aveva costretto la signora Veronica – la benefattrice della
concessionaria Fiat – a sospendere quella generosa donazione alla
Madonna. Il tipo che staccava i biglietti tentava di spiegare a
Marcello che la signora Veronica aveva comunque provveduto agli altri
premi, ma che le era stato impossibile compiere lo "sforzo"
dell'automobile.
La
coda al banchetto andava ingrossandosi, mancavano poco meno di 30
minuti alla chiusura delle vendite dei numeri e qualche contadino con
le banconote arricciate in un mazzo voluminoso e sporco, tenuto unito
da un elastico, tentava la sorte comprando intere serie di tagliandi.
Marcello
guardava la patetica esibizione dei musicisti buttando l'occhio su
qualche ragazza agghindata come una vacca da fiera, erano tutte in
cerca di buona sorte o almeno di qualche onesto lavoratore. Sul palco
il cantante pronunciava in continuazione il nome del paese con
un'accento emiliano-romagnolo che rendeva incomprensibile a molti il
riferimento geografico. I membri della band erano tutti avanti con
gli anni per quel mestiere; dalle camicie nere e vinaccia, attillate
sui fianchi, spuntavano pance trattenute a stento dai bottoni in
finta madreperla. Il bassista provava a scuotere la testa nell'aria
senza riuscire a smuovere i pochi capelli che campeggiavano su di una
pelata cotta dal sole. Erano arrivati all'ultima canzone e sul palco
li raggiunse l'impresario della lotteria dell'Assunta con l'urna dei
biglietti.
Marcello
oramai stava risalendo a ritroso il corso facendosi largo tra gli
spettatori, aveva perso interesse per i premi e l'intento di
scordarsi almeno per una sera di Giovanna era naufragato nel profumo
scadente delle donne accalcate dinnanzi al palco della festa. Non era
mai stato in crociera e non era proprio sicuro di volerci andare. Il
biglietto, che sino a quel momento aveva stretto in mano come a
dimostrare una sorta di attaccamento emotivo, l'aveva già riposto
nel taschino della camicia. Era diretto alla terrazza dei noccioli,
ci era sempre andato con Giovanna; una volta avevano portato con loro
anche la madre di lei, era un posto tranquillo, da dove si poteva
godere in santa pace dei fuochi d'artificio che avrebbero chiuso la
festa e disperso la calca di contadini e paesani. Ripensando all'anno
passato rimpiangeva di non aver stretto abbastanza a sé Giovanna, di
non averle detto che l'amava, di non averla baciata o almeno di non
essersela scopata qualche volta in più. Quando giunse in cima si
accorse di essere da solo, sporgendosi oltre il guardrail di ferro
zincato, che divideva il bosco di noccioli dalla provinciale, poteva
scorgere una fila ordinata di famiglie e bambini salire per prendere
posto. Una FiatBravo
rossa, segnata da un enorme adesivo pubblicitario della
concessionaria Figlioli, risaliva la provinciale a passo d'uomo.
Dall'auto discese la signora Veronica e il figlio Umberto con moglie
e figli, in macchina restava solo Tonio, il marito della signora
Veronica. La signora Veronica era stata una venditrice formidabile e
un instancabile oratrice, non smetteva mai di ripetere che grazie a
lei, grazie alle centinaia di FiatRitmo
che aveva venduto negli anni ottanta, l'avvocato Agnelli aveva
comprato Platini. Un anno, era il 1981, aveva ricevuto anche una
targa dalla Fiat in cui si attestava che la sua era la concessionaria
che aveva venduto il maggior numero di FiatRitmo
dell'intera penisola. Le cose però da qualche tempo non le andavano
più tanto bene. Tutto era iniziato coi produttori asiatici, TOYOTA e
HYUNDAI in particolar modo, che gli avevano rubato una gran numero di
clienti e con il costo della benzina e con le tasse e con gli
acciacchi del marito.
La
signora Veronica era una donna sulla cinquantina, curatissima, sempre
attenta all'abbigliamento e orgogliosa del proprio aspetto; quella
sera sembrava una madonna sull'altare con il suo girocollo in oro
massiccio, i suoi orecchini di perla, i suoi anelli, le sue spille,
il suo cammeo e il suo fermacapelli d'oro e brillanti. Era
abbronzatissima, quasi color crema di nocciola, a guardarla da
lontano sembrava che tutto l'oro che aveva addosso camminasse da solo
nell'oscurità. Aveva un vestitino a tubetto con un abbondantissima
scollatura che lasciava spazio a sufficienza per lo spacco del seno e
per il vistoso girocollo in oro. I capelli erano corti, un ciuffo
appena più lungo le calava sulla fronte trattenuto però da quel suo
grosso fermaglio simile ad una coroncina di brillanti. La signora
Veronica aveva la stessa età della madre di Marcello, non erano
propriamente amiche ma a volte si intrattenevano parlando dei
rispettivi figli e di tutte quelle cose che due signore della stessa
età possono avere in comune, anche se, fatta eccezione per quelle
similitudini superficiali, per il resto erano diverse in tutto.
«Beh
e tu che ci fai tutto solo qui a guardare i fuochi?»
fece la signora Veronica accorgendosi che Marcello la fissava «Che,
hai litigato con la fidanzata?»
«Signora..
buona sera»
fece Marcello «a volte è meglio starsene un po da soli.»
Marcello
cercò di essere il più gentile possibile provando a sottrarsi con
la vaghezza a quella domanda pettegola pronunciata con la
sfacciataggine di chi sa ma finge di non sapere.
«Bravo,
bravo; saggio e riflessivo...»
poi da una vocina acuta e sottile emerse un “nonna” pronunciato,
nel buio della notte, dalla nipotina della signora Veronica.
«Un
attimo solo caro che sistemo la bambina.»
Non
amava essere chiamata nonna in pubblico, tutti in paese sapevano che
aveva quattro nipoti, ma non le andava di sentir pronunciare la
parola “nonna”: la turbava, le rovinava quello stato di grazia a
cui giungeva grazie a quello che credeva essere il suo aspetto
impeccabile. Marcello la vide scomparire, poi fissò gli occhi sulla
luce verde del suo telefono cellulare, scorrendo la rubrica si fermò
sul numero di Giovanna; avrebbe voluto chiamarla chiederle qualsiasi
cosa.
«Allora..
dove eravamo rimasti?»
La signora
Veronica si era riportata al fianco di Marcello e, con un fare
suadente aveva allungato la mano sullo schermo da tre pollici del
telefono sino a coprirne totalmente la luminescenza e i numeri.
«Non
disturbiamo chi vuole essere lasciata in pace.»
la signora ripose il telefonino nella tasca anteriore dei pantaloni
di Marcello, il quale restò in silenzio anche quando la signora gli
disse:
«Metto
mio marito a nanna.»
Era
come aver staccato un assegno in concessionaria, oramai era fatta,
bisognava solo attendere che arrivasse il colore che si era scelto;
in magazzino avevano due vetture rosse e una gialla, ma a Marcello
sembrava assurdo andare in giro con una macchina rossa o gialla, la
voleva grigia la sua FiatPunto.
Veronica ritornò in un lampo, e senza dover attingere ulteriormente
al suo repertorio di frasi maliziose, schioccò un bacio sulle labbra
di Marcello risucchiandolo aldilà del guardrail. La signora iniziò
a svestirsi con una rapidità doppia rispetto a quella del ragazzo,
quando Marcello si accorse di cosa stava succedendo, il vestito a
tubino giaceva sulle foglie morbide dei noccioli e di fronte a lui si
parava una donna nuda e completamente adornata d'oro e di brillanti.
In pochi secondi Marcello venne colpito dalla furia delle tette brune
della donna assaporandone il gusto alla vaniglia e costatando i
solchi sottili delle rughe del petto.
La
FiatPunto
che voleva non era arrivata, c'era stato un problema con il colore,
avrebbe dovuto accontentarsi di una delle due autovetture, la rossa
per la precisione, inoltre, in quel modello, non vi erano gli
alzacristalli elettrici posteriori e le dotazioni erano quelle di
base, ma a Marcello sembrò inutile aspettare per una cosa che tanto
non poteva permettersi, così chiuse gli occhi e si abbassò i
pantaloni.
I
fuochi iniziarono a esplodere nel cielo, da prima i rombi delle
esplosioni squarciarono il silenzio della valle, poi i lampi verdi,
rossi, azzurri e dorati illuminarono l'oscurità della montagna.
Marcello vedeva i colori psichedelici dei fuochi d'artificio riflessi
nella pelle bruna della signora che intanto tratteneva i suoi mugolii
strozzando sul nascere tutti quei lamenti di desiderio che sperava
potevano esplodere da un momento all'altro.
La
bambina urlava: «NONNA NONNA I FUOCHI I FUOCHI»
La
signora Veronica rispondeva con dei lunghi “SSSSSIIIII SSSSSIIIII”
trattenendo la rabbia per quei nonna pronunciati ai quattro venti.
Poi
il telefono di Marcello si accese in un canto stonato.
«Giovanna»
disse il
ragazzo, scostandosi con un balzo all'indietro dal corpo vibrante e
rispondendo di getto all'aggeggio che suonava nel rumore assordante
dei fuochi s'artificio.
«Ficardo
Marcello… Ficardo Marcello»
una voce sovrastata dalla confusione e dai botti pronunciava il nome
di Marcello come davanti a migliaia di persone «Complimenti,
complimenti lei ha vinto una Crociera per due nel Medite...»
La
signora Veronica strappò via il telefono dalle mani molli di
Marcello interrompendo la comunicazione, nelle zampe di gallina i
colori del cielo si riproducevano in nuove evoluzioni pirotecniche,
un sorriso si allargò sul volto del ragazzo, non era una FiatPunto,
ma aveva vinto una Crociera nel Mediterraneo, una crociera per due.
Per
due cazzo.
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venerdì 23 dicembre 2011
Cambio al Binario #3
Cambio al Binario #3
Cambio al Binario è un appuntamento a scadenza irregolare dove due blog:
si danno il cambio su di un argomento comune
ecco il n#3:
Il parcheggio
Crevalcore Due
Crevalcore Due è uno dei più vecchi
centri commerciali della zona, non assomiglia ai nuovi sembra più
una specie di galleria del centro, ma qua siamo lontani dal centro,
siamo nella bassa, come la chiamano da queste parti. Da fuori è
sgraziato, la forma è asimmetrica sembra la metà di qualcosa, ma
non c'è mai stato quel qualcosa e mai lo faranno (credo), il
parcheggio è più complicato delle solite aree deserte, la maggior
parte dei parcheggi qui è a lisca di pesce, ci sono bordi alti di
cemento che dividono le varie stradine anche loro oblique, in più ci
hanno piazzato una fermata dell' autobus che si prende un bel po' di
spazio, beccare l'ingresso giusto del parcheggio non è semplice dato
che non è segnalato, a dire il vero tutto è poco segnalato, solo il
cliente veterano si muove con facilità, io sbaglio l'ingresso due
volte poi finalmente seguo un' auto color grigio canna di fucile che
mi facilità l'entrata.
Dentro ci troviamo varie attività
commerciali: una rosticceria, un bar, una gelateria, un'edicola, un
negozio di scarpe, uno di cineserie a un euro con fuori un' insegna
spiazzante “aggiustiamo vestiti” non un cartello, proprio dove ci
dovrebbe essere il nome del negozio c'è questa scritta, un
fotografo, un negozio di abbigliamento, uno di elettrodomestici e la
coop.
Io devo comprare latte, dentifricio,
spazzolino e filo interdentale. Sono un fanatico del lavaggio denti e
uso solo prodotti costosi almeno per le mie tasche, prodotti che
pochi anni fa si trovavano solo in farmacia, ma il filo interdentale
lo prendo della coop perché non è male e te ne danno cinquanta
metri.
All'entrata un gruppo di nord africani
si riscalda, mentre attendono pazienti il prossimo autobus, le
dimensioni di questo centro commerciale fanno sorridere lo rendono
familiare povero con un che di est europa. Entro nella coop,
assomiglia un po' a un discount perché causa l' insufficienza di
ampi spazi la roba è ammassata con noncuranza, prendo subito il
latte poi mi faccio fregare da una promozione sul miele in confezione
da mezzo kg, scoprirò solo ore dopo che la cassiera non mi ha fatto
lo sconto sul miele o che io non ho letto bene il cartello della
promo, poi igiene dentale, poi scappo di corsa alla cassa prima di
spendere altri soldi. La cassiera da subito non mi sta simpatica
perché la vedo lenta e io, anche se non ho alcun impegno, come tutti
alla cassa ho fretta, poi quando arriva il mio turno qualcosa cambia
nel nostro micro-rapporto, perché scopro che proprio in quella
lentezza sta la sua forza, stanno una serie di cure e aggettivi nei
miei confronti che mi portano gioia e mi saluta con buona serata,
saluto che preferisco al buona sera, buona serata è
più confidenziale e concretizza la mia serata come evento non la
sera in generale.
Mentre sto andando verso l'uscita
accade qualcosa di strano con la coda dell'occhio intravedo
l'interno del negozio di scarpe, una serie di immagini stagliuzzate
mi riempono la testa, cresce in me un senso di nausea e noia,
immagini che riesco ora a decifrare, qui ci venivo con mia madre nei
ipergonfi anni ottanta. Lunghi sabati mattina dove io mi rompevo
profondamente le palle e mi annoiavo un sacco, odiavo dover
interagire con i commessi, odiavo ancora di più comprare le scarpe
in questi negozi con le scarpe a basso prezzo con questi commessi
insistenti che mi schiacciavo e io soccombevo e mia madre soccombeva
e ci facevamo rifilare ogni sorta di stronzata. Estenuanti giornate
in cui io e la mamma entravamo in un centro commerciale alle nove e
ne uscivamo verso le due, stanchi arrabbiati, io ancora di più
perché ero obbligato a questo calvario, in me cresceva un profondo
grigio senso di noia di perdita di tempo, che ora mi è tornato su.
Affretto il passo veloce quasi corro
verso l'auto, ci metto dieci minuti per uscire da un parcheggio
deserto, in macchina ascolto l'ultimo dei “ I cani” che mi fa
sorridere di gusto, mentre il mio cervello mi ripropone un paio di
orribili scarponcini verde scuro, un paio di nike air force, commessi
brufolosi insistenti, la borsa della mandarina duck di mia madre, i
pacchetti di multifilter 100's che fumava.
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giovedì 28 luglio 2011
Cambio al Binario #2
Cambio al Binario è un appuntamento a scadenza irregolare dove due blog:
si danno il cambio su di un argomento comune
ecco il n#2:
attesa
sale d'attesa attesa
un quadrato con ventisei sedie tutte sul perimetro, imbottite in un tessuto sintetico che ricorda la lana, una rotella con i numeri come al banco dei salumi, quattro tavolini usati come porta riviste, gioia, una rivista di equitazione, alcune riviste specialistiche di medicina, odore di chiuso e sudore lieve, nove persone, tre abbronzate sembrano sane, uno pallido con le occhiaie, un bambino troppo vestito per la stagione, due accompagnatori e un rappresentante di medicinali, discorsi sulle vacanze e sul nuovo medico troppo sbrigativo.
un grande rettangolo con ai vertici quattro colonne quadrate, ci sono sei file da ventiquattro sedie dodici da un lato e dodici dall'altro con gli schienali che si toccano, niente porta riviste, odore di aria condizionata di pelle finta delle sedie e di pelle umana, circa quaranta persone, più dieci trolley sette valige, qualche zaino, persone che vanno in ferie per circa sette giorni, alcuni solo due massimo tre, altri sono in viaggio per lavoro, discorsi non comprensibili ma volumi alti a creare una specie di unico grande ronzio.
un rettangolo piccolo con sei sedie nel lato lungo e quattro nel corto gli altri lati sono senza sedie, trasparenti in plexiglas, due porta riviste sempre in plexiglas, focus, l'espresso, una rivista di barche, quattroruote, odore di lavanda e di disinfettante, tre persone, una signora di mezza età e due ragazze la cui somma degli anni non fa trenta, qualche bisbiglio all'orecchio delle due ragazze.
due rettangoli a formare una specie di elle con l' asta lunga molto tozza, otto sedie disordinate solo tre in fila lungo la parete, sedie di plastica grigia con due V cromate e rovesciate come gambe, una pianta di plastica, su una sedia ci sono due cataloghi promozionali, odore di fotocopiatrice appena usata e di due tiri fatti a una sigaretta, cinque persone in tutto, tutti uomini sulla trentina con in mano due fogli ciascuno, discorsi di circostanza è la prima volta?/da dove vieni?, colpi di tosse e schiarimenti di voce.
un rettangolo con il lato corto di un metro e sessanta quello lungo di otto metri e quaranta, sette sedie su un lato lungo interrotte da due tavolini, sedie con schienale e seduta in plastica rossa, tenute insieme da una struttura di alluminio, sui tavolini ci sono vari porta brochure, odore di etere e liquido lavapavimenti, sei persone in tutto, quattro seduti a coppie due continuano a camminare con brevi soste di pochi secondi, bisbigli delle due coppie sedute e una telefonata fatta di: loro lo sanno già/sono mesi che/questa è l'ultima/credimi.
Michele Risi
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