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giovedì 23 maggio 2013

Bologna 90's
























Da una mail mai mandata ad'una amica a Bologna per parlare di un nostro comune amico di Bologna.

Hai ragione Dania è proprio così solo una lunga, permanente e malcelata nostalgia.


Si sente la nostalgia a chilometri di distanza ed è solo colpa del tempo, a volte il tempo è disonesto, non fa il suo dovere non riduce gli uomini in cenere e lascia che questi nutrano aspettative. La vecchiaia non è ingiusta, la vecchiaia non è amara, la vecchiaia è solo vecchiaia, rassegnati, non continuare a sperare solo perché il tempo non ha ancora presentato le sue fatture e tu credi di poter vivere a credito sfruttando una presunta giovinezza. Quando arriverà nessuno verrà ad avvisarti, ti prenderà all'improvviso, nel mezzo di una vernice o mentre bevi il tuo drink ai Giardini Margherita. Il tempo non ha tempo, agisce e lo fa in fretta, il tempo sa che hai smesso di sorridere da tre anni perché hai più paura dei solchi della tua faccia che del gonfiore della tua prostata, il tempo conosce il tuo tempo. I tuoi capelli hanno resistito, sono rimasti fermi al loro posto, non sono crollati come era giusto che facessero, ma questo non vuol dire che devi continuare, con gesti ampi ed enfatici, a lisciarli con la tua mano destra. Non canteranno ancora molti galli prima che i reumatismi ti impediranno di alzare qualsiasi arto. Tornaci quando è giorno al Pratello, guarda in faccia quelle persone con cui fumi spensierato di notte, guardali mentre tornano dalla farmacia, guardali spezzare mezza pasticchetta per l'ipertensione  e berla nell'acqua liscia a temperatura ambiente, vedi, le sigarette le spezzano perché non ne possono fumare tante. Se ti stai chiedendo come è andata a finire con quella ragazzina con cui alcuni si strusciavano al bancone, si dai, la ragazzina venuta dal Veneto, quella innamorata di Bologna degli anni Novanta, quella a cui tutti parlavano dei CCCP, di Freak Antoni, di Paz e dell'eroina al DAMS, se proprio te lo stai chiedendo ti devo dire che quella ragazzina non esiste, non è mai esistita, o forse è la legenda della figlia di qualche tua vecchia compagna di corso in visita dai parenti. 

lunedì 13 maggio 2013

Cambio al Binario #5


Cambio al Binario #5

Cambio al Binario è un appuntamento a scadenza irregolare dove due blog:
Chair King e Non Coprire
si danno il cambio su di un argomento comune

ecco il 5#:
Bologna - Venezia







































Bologna - Venezia


Due davanti a me una coppia di nuova fatta, sui 55 anni entrambi. Lui sta invecchiando piuttosto bene con quella pelle olivastra, i capelli brizzolati e uno sguardo deciso ma non troppo, delle belle labbra, i muscoli del volto sempre pronti a rilasciare un sorriso, forse un ex sportivo con quella sicurezza di chi nella vita ha avuto un po' di gloria e abbastanza donne, una polo a maniche lunghe di quelle che le compri già sbiadite, un pantalone sportivo chiaro, due scarpe da andare in barca.
Con lei il tempo è stato meno clemente, di lì a pochi anni si sarebbe accanita con tutte le sue forze e lei forse sarebbe ricorsa anche al bisturi. Ma per ora tratteneva in se il suo fascino di donna magra con un naso un po' troppo grande, con gli occhi grigi, a prima vista scontrosa, di quella scontrosità che gli uomini vedono come sfida, che in lei era solo di facciata. Stava lì con una piega dei capelli perfetta, una camicetta rosa antica, i pantaloni, anche i sui chiari e due mocassini.
Il braccio di lei passava sotto quello di lui, la mano di lei lisciava e lisciava continuamente l'avambraccio di lui, poi hanno iniziato a parlare della figlia di lei, brava ragazza che studia e prende treni tutti i giorni, a lui arrivano sms, subito racconta a lei chi glieli manda e perché, lei sorride e guarda fuori dal finestrino, poi continuano con Venezia, l'ora dell'arrivo, quel bar, se c'è ancora, poi io guardo fuori e non so cosa dicono loro. All'improvviso li sento parlare del Nastro bianco, sento parlare lui del Nastro bianco, lei non sa, l'hanno scorso ha fatto un film, dice, ma non gli viene il nome, io so tutto, poi gli viene Amour, fece un film anche violento Funny Games ma non salta fuori il nome del regista, io lo so e vorrei dirglielo ma non riesco, sarebbe sfrontato, i loro vestiti, la loro età, la mano di lei che continua ad accarezzare lui mi fanno restare muto, continua lui provando di ricordare il nome andando a pescare a caso nei ricordi, buttandoli fuori senza successo.
Sarebbe bello, almeno per me, entrare a valanga e dirgli Michael Aneke, ha fatto questo e quello... via così, pensate che Funny Games, il primo non il remake, non so come è arrivato in una videoteca qua di provincia, mi ricordo ancora il pomeriggio in cui lo vidi assieme a gli altri e di come uscimmo di casa conviti di aver visto qualcosa di meraviglioso e sconvolgente, di come siamo rimasti in silenzio tutti, ci guardavamo e sorridevamo era stato bellissimo.
Lui va avanti a parlare di Amour un film completamente o quasi tutto girato in un appartamento, tra l'altro quelle scarpe che Trintignant/Georges nel film usa come pantofole, quelle che si mette solo in casa sono le stesse che porto io in questo momento, scarpe da 36 euro che si comprano al Decathlon.
Poi però arriviamo a Rovigo e io sorrido ai due e scendo dal treno.


Michele Risi

leggi il cambio su non coprire



venerdì 23 dicembre 2011

Cambio al Binario #3

Cambio al Binario #3

Cambio al Binario è un appuntamento a scadenza irregolare dove due blog:
si danno il cambio su di un argomento comune

ecco il n#3:
Il parcheggio























Crevalcore Due

Crevalcore Due è uno dei più vecchi centri commerciali della zona, non assomiglia ai nuovi sembra più una specie di galleria del centro, ma qua siamo lontani dal centro, siamo nella bassa, come la chiamano da queste parti. Da fuori è sgraziato, la forma è asimmetrica sembra la metà di qualcosa, ma non c'è mai stato quel qualcosa e mai lo faranno (credo), il parcheggio è più complicato delle solite aree deserte, la maggior parte dei parcheggi qui è a lisca di pesce, ci sono bordi alti di cemento che dividono le varie stradine anche loro oblique, in più ci hanno piazzato una fermata dell' autobus che si prende un bel po' di spazio, beccare l'ingresso giusto del parcheggio non è semplice dato che non è segnalato, a dire il vero tutto è poco segnalato, solo il cliente veterano si muove con facilità, io sbaglio l'ingresso due volte poi finalmente seguo un' auto color grigio canna di fucile che mi facilità l'entrata.
Dentro ci troviamo varie attività commerciali: una rosticceria, un bar, una gelateria, un'edicola, un negozio di scarpe, uno di cineserie a un euro con fuori un' insegna spiazzante “aggiustiamo vestiti” non un cartello, proprio dove ci dovrebbe essere il nome del negozio c'è questa scritta, un fotografo, un negozio di abbigliamento, uno di elettrodomestici e la coop.
Io devo comprare latte, dentifricio, spazzolino e filo interdentale. Sono un fanatico del lavaggio denti e uso solo prodotti costosi almeno per le mie tasche, prodotti che pochi anni fa si trovavano solo in farmacia, ma il filo interdentale lo prendo della coop perché non è male e te ne danno cinquanta metri.
All'entrata un gruppo di nord africani si riscalda, mentre attendono pazienti il prossimo autobus, le dimensioni di questo centro commerciale fanno sorridere lo rendono familiare povero con un che di est europa. Entro nella coop, assomiglia un po' a un discount perché causa l' insufficienza di ampi spazi la roba è ammassata con noncuranza, prendo subito il latte poi mi faccio fregare da una promozione sul miele in confezione da mezzo kg, scoprirò solo ore dopo che la cassiera non mi ha fatto lo sconto sul miele o che io non ho letto bene il cartello della promo, poi igiene dentale, poi scappo di corsa alla cassa prima di spendere altri soldi. La cassiera da subito non mi sta simpatica perché la vedo lenta e io, anche se non ho alcun impegno, come tutti alla cassa ho fretta, poi quando arriva il mio turno qualcosa cambia nel nostro micro-rapporto, perché scopro che proprio in quella lentezza sta la sua forza, stanno una serie di cure e aggettivi nei miei confronti che mi portano gioia e mi saluta con buona serata, saluto che preferisco al buona sera, buona serata è più confidenziale e concretizza la mia serata come evento non la sera in generale.
Mentre sto andando verso l'uscita accade qualcosa di strano con la coda dell'occhio intravedo l'interno del negozio di scarpe, una serie di immagini stagliuzzate mi riempono la testa, cresce in me un senso di nausea e noia, immagini che riesco ora a decifrare, qui ci venivo con mia madre nei ipergonfi anni ottanta. Lunghi sabati mattina dove io mi rompevo profondamente le palle e mi annoiavo un sacco, odiavo dover interagire con i commessi, odiavo ancora di più comprare le scarpe in questi negozi con le scarpe a basso prezzo con questi commessi insistenti che mi schiacciavo e io soccombevo e mia madre soccombeva e ci facevamo rifilare ogni sorta di stronzata. Estenuanti giornate in cui io e la mamma entravamo in un centro commerciale alle nove e ne uscivamo verso le due, stanchi arrabbiati, io ancora di più perché ero obbligato a questo calvario, in me cresceva un profondo grigio senso di noia di perdita di tempo, che ora mi è tornato su.
Affretto il passo veloce quasi corro verso l'auto, ci metto dieci minuti per uscire da un parcheggio deserto, in macchina ascolto l'ultimo dei “ I cani” che mi fa sorridere di gusto, mentre il mio cervello mi ripropone un paio di orribili scarponcini verde scuro, un paio di nike air force, commessi brufolosi insistenti, la borsa della mandarina duck di mia madre, i pacchetti di multifilter 100's che fumava.

Michele Risi

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martedì 15 novembre 2011

Funo Centergross




































Voltando dalla statale nel vialetto pedonale si arrivava alla piazzola comune da cui si dipanavano, in ordine alfabetico, le scale d'ingresso per le sette villette bifamiliari del complesso residenziale Rosita.
Il treno arrivava quasi sino in casa, 17 minuti dalla stazione centrale di Bologna poi 125 metri all'ombra del grosso orologio incastonato nel cubo di metallo sponsorizzato Zueg. Di notte il paese non era diverso dal parcheggio di un centro commerciale, l'interporto era tutto quello che c'era e i camion l'unica risorsa a disposizione. La stazione nuova, le aiuole ben curate e qualche bar aperto anche di notte lungo la statale, contribuivano solo a dare argomenti validi agli agenti immobiliari intenti a piazzare i loro lotti a clienti ipotetici.
Era quasi mezzanotte quando, aperte le porte del treno, la vidi scendere da sola, avvolta nella sua giacchetta di mezzastagione. Dal secondo piano il panorama della distesa bassa e regolare delle case color vomito era avvilente, una nuvola di vapore puzzolente preannunciava la partenza di un automobile, stringevo forte tra le mani il mio binocolo immaginandomi ben oltre quello che riuscivo a vedere.
Due anni e sei mesi di avvistamenti, otto tentativi casuali di avvicinamento, centodue treni presi insieme, ventidue volte seduti allo stesso sedile, 28 ore passate a studiare l'asimmetria della sua faccia.
Il rumore dei tacchi sull'asfalto risaliva a fatica schiacciato dalla pesantezza della nebbia; un rullio sincronico che si espandeva nel silenzio interrotto solo dallo stridere delle lancette sul grosso quadrante illuminato dell'orologio. Stringeva le chiavi nella tasca della giacca, sembrava pronta ad aprire la porta di casa e a riversarsi nella normalità delle sue serate televisive, ma la nuvola di vapore dell'auto si materializzò sotto forma di un uomo non più alto di un bambino.
Il giovedì passava prima in palestra, nei 197 minuti di conversazione ascoltati vi era anche la descrizione dettagliata del corso di pilates, i motivi dei tre cambiamenti di scheda e i nomi dei quattro istruttori: Mario, Pedrito, Gianni e Michele. 
Qualcosa ruzzolò via veloce rifrangendo le luci gialle dei lampioni, una corda, srotolata come la lingua d'un gatto dei cartoni animati, s'avvinghio ai complessivi 37 cm di circonferenza delle caviglie ammantate nelle calze 70 denari; un grido mi morì in gola e un'altro venne serrato nel sacco di iuta che l'uomo/bambino aveva usato come cappuccio.
Una macchina si fermò all'ingresso della stazione, due ragazzi, infreddoliti smisero di baciarsi e prepararono, allargando un grosso sorriso, il benvenuto al veicolo con il fanale anteriore destro leggermente inclinato verso il basso. 
Da un luogo imprecisato mia moglie rantolò un lamento, il freddo stava entrando dalla portafinestra. La corrente, attraversando il tepore della sala da pranzo, si insinuava bassa sino ad arrivare alla camera da letto, chiusi gli infissi, riposi il binocolo e ingoiai la pillola per dormire. In strada i ragazzi erano scomparsi.