Si dicevano sempre addio, lo facevano ogniqualvolta si lasciavano. Lo facevano per gli incontri occasionali sulla strada verso il panettiere o mentre sostenevano di correre a comprare il latte e tutte quelle cose di cui dicevano di aver bisogno per sopravvivere. Si dicevano addio perché era il modo migliore per essere felici di ritrovarsi. Bene, si dicevano addio anche perché non potevano aspettare troppo prima di correre verso quello di cui avevano bisogno realmente, nè pane nè latte, ma loro si dicevano addio per ritrovarsi con la loro solitudine accompagnati dai loro bicchieri di vino. Si erano conosciuti dicendosi addio, guardandosi negli occhi per un istante, alla fermata del bus, e capendo che il modo migliore per celebrare quell'incontro e per augurarsi quel distacco fosse dirsi addio. Lui capitava spesso nei bar che lei frequentava ma mai nel momento in cui lei era presente, d'altronde lei usciva spesso dalle cantine in cui lui stava per entrare. Si mentivano, si erano sempre mentiti, e le rare volte che si erano fermati a parlare di loro si erano solo confessati delle cose che non erano accadute davvero. Lui diceva di amare le lunghe colazioni salate, lei di passare i sabato pomeriggio a leggere letteratura svedese. Alle persone dichiaravano di essere dei perseguitati politici, afflitti dal peso delle idee, la gente non credeva a una delle loro parole e immaginava che l'unica afflizione a cui quei due andavano in contro era quella di non potersi permettere una nuova boccia di vino. Lui e lei non bevevano mai insieme, ognuno per conto suo e tutti e due separatamente. Nella loro completa solitudine bevevano quanto più gli era possibile e quanto più le loro finanze potevano offrirgli. Come ho detto si mentivano su tutto, ma sopratutto si mentivano sul bere. Qualche volta lui, che tra i due era il più ingenuo, confessava parzialmente di aver bevuto un bicchiere e lei, che tra i due aveva capito meglio come funzionano le brutture della vita, replicava che erano quasi otto anni che non toccava un bicchiere. Lui e lei vivevano in case non molto distanti tra loro, agli amici dicevano di essere perfino innamorati, ma chi li conosceva sapeva bene che non si erano mai nemmeno accarezzati. Un giorno, non lontano dalle loro case, lui fu scaraventato fuori da un bar dove stava bevendo lo stesso bicchiere da più di due ore. Il proprietario del bar l'aveva visto contorcersi sulla sedia nel tentativo di tenere a freno quella sua lingua ruvida e torturata dal languore, l'aveva visto trattenere le lacrime difronte al liquido rosso che scemava davanti a sé. Stava provando a non bere aspettando che qualcuno nel bar iniziasse ad offrire del vino per celebrare un qualsivoglia evento a cui lui avrebbe senz'altro contribuito con i migliori auguri di cui era capace. Quella sera, in quel bar, nessuno sembrava aver bisogno di bere in compagnia, ognuno affondava la bocca nella celebrazione aspra e solitaria del bicchiere tenendosi alla larga da tutte quelle cose che possono entrare da per tutto ma di certo non nel foro circolare in cui cascavano i loro occhi. Lui bevve ciò che gli restava nel fondo del bicchiere precipitando gli occhi sull'asta che ne sorreggeva il collo e capitombolando per disperazione sul legno macchiato dalla cenere e dal fumo dei millenni. Quando si accorse di aver vuotato tutto quel che gli era rimasto, iniziò a supplicare il barista di dargli qualcosa da bere di fargli credito o di accettare in permuta quella che lui diceva essere una sciarpa in cashmere principe di Galles. Il barista era un uomo senza segreti e che conservava tutto ciò di cui si ricordava nella pancia. Negli anni aveva imparato diverse cose sui debiti. Sapeva che nessuno mai avrebbe pagato quelli da gioco e che nessun altro ancora avrebbe saldato i prestiti, ma sopratutto era certo che i debiti del bere erano quelli che scomparivano dalla memoria dei debitori come il vino dai loro bicchieri. Lui si ritrovò fuori dal bar macchiato di vino e con il volto insanguinato, lei per caso stava passeggiando con in mano il fiasco vuoto di un pomeriggio intero. Nell'istante in cui si videro negarono entrambi la possibilità d'aver bevuto, lei disse che gli sembrava di aver sentito qualcosa bruciare nel vialetto del suo giardino e di essersi precipitata a vuotare una bottiglia d'acqua su quello che temeva potesse diventare un grosso incendio. Lui disse che aveva a tal punto corretto i sui testi sulla guerriglia di strada da non essersi accorto dell'inchiostro che dalle dita gli era scivolato sul petto e sul colletto della camicia. Quella volta si dissero addio quasi immediatamente, le loro menzogne sembravano plausibili come sempre, ma entrambi sapevano che come tutte le menzogne anche le loro erano fragili e succubi del tempo. Quella storia andò avanti svariate altre volte, tra lui e lei nessuno ammise mai all'atro ciò che era chiaro ad entrambi, la gente continuò a chiamarli ipocriti e menzogneri, ma qualcuno, io ne sono certo, imparò ad apprezzarli e a capire che erano solo dei liberi poeti e non esclusivamente degli amanti superficiali.
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sabato 17 gennaio 2015
I debiti del bere
Si dicevano sempre addio, lo facevano ogniqualvolta si lasciavano. Lo facevano per gli incontri occasionali sulla strada verso il panettiere o mentre sostenevano di correre a comprare il latte e tutte quelle cose di cui dicevano di aver bisogno per sopravvivere. Si dicevano addio perché era il modo migliore per essere felici di ritrovarsi. Bene, si dicevano addio anche perché non potevano aspettare troppo prima di correre verso quello di cui avevano bisogno realmente, nè pane nè latte, ma loro si dicevano addio per ritrovarsi con la loro solitudine accompagnati dai loro bicchieri di vino. Si erano conosciuti dicendosi addio, guardandosi negli occhi per un istante, alla fermata del bus, e capendo che il modo migliore per celebrare quell'incontro e per augurarsi quel distacco fosse dirsi addio. Lui capitava spesso nei bar che lei frequentava ma mai nel momento in cui lei era presente, d'altronde lei usciva spesso dalle cantine in cui lui stava per entrare. Si mentivano, si erano sempre mentiti, e le rare volte che si erano fermati a parlare di loro si erano solo confessati delle cose che non erano accadute davvero. Lui diceva di amare le lunghe colazioni salate, lei di passare i sabato pomeriggio a leggere letteratura svedese. Alle persone dichiaravano di essere dei perseguitati politici, afflitti dal peso delle idee, la gente non credeva a una delle loro parole e immaginava che l'unica afflizione a cui quei due andavano in contro era quella di non potersi permettere una nuova boccia di vino. Lui e lei non bevevano mai insieme, ognuno per conto suo e tutti e due separatamente. Nella loro completa solitudine bevevano quanto più gli era possibile e quanto più le loro finanze potevano offrirgli. Come ho detto si mentivano su tutto, ma sopratutto si mentivano sul bere. Qualche volta lui, che tra i due era il più ingenuo, confessava parzialmente di aver bevuto un bicchiere e lei, che tra i due aveva capito meglio come funzionano le brutture della vita, replicava che erano quasi otto anni che non toccava un bicchiere. Lui e lei vivevano in case non molto distanti tra loro, agli amici dicevano di essere perfino innamorati, ma chi li conosceva sapeva bene che non si erano mai nemmeno accarezzati. Un giorno, non lontano dalle loro case, lui fu scaraventato fuori da un bar dove stava bevendo lo stesso bicchiere da più di due ore. Il proprietario del bar l'aveva visto contorcersi sulla sedia nel tentativo di tenere a freno quella sua lingua ruvida e torturata dal languore, l'aveva visto trattenere le lacrime difronte al liquido rosso che scemava davanti a sé. Stava provando a non bere aspettando che qualcuno nel bar iniziasse ad offrire del vino per celebrare un qualsivoglia evento a cui lui avrebbe senz'altro contribuito con i migliori auguri di cui era capace. Quella sera, in quel bar, nessuno sembrava aver bisogno di bere in compagnia, ognuno affondava la bocca nella celebrazione aspra e solitaria del bicchiere tenendosi alla larga da tutte quelle cose che possono entrare da per tutto ma di certo non nel foro circolare in cui cascavano i loro occhi. Lui bevve ciò che gli restava nel fondo del bicchiere precipitando gli occhi sull'asta che ne sorreggeva il collo e capitombolando per disperazione sul legno macchiato dalla cenere e dal fumo dei millenni. Quando si accorse di aver vuotato tutto quel che gli era rimasto, iniziò a supplicare il barista di dargli qualcosa da bere di fargli credito o di accettare in permuta quella che lui diceva essere una sciarpa in cashmere principe di Galles. Il barista era un uomo senza segreti e che conservava tutto ciò di cui si ricordava nella pancia. Negli anni aveva imparato diverse cose sui debiti. Sapeva che nessuno mai avrebbe pagato quelli da gioco e che nessun altro ancora avrebbe saldato i prestiti, ma sopratutto era certo che i debiti del bere erano quelli che scomparivano dalla memoria dei debitori come il vino dai loro bicchieri. Lui si ritrovò fuori dal bar macchiato di vino e con il volto insanguinato, lei per caso stava passeggiando con in mano il fiasco vuoto di un pomeriggio intero. Nell'istante in cui si videro negarono entrambi la possibilità d'aver bevuto, lei disse che gli sembrava di aver sentito qualcosa bruciare nel vialetto del suo giardino e di essersi precipitata a vuotare una bottiglia d'acqua su quello che temeva potesse diventare un grosso incendio. Lui disse che aveva a tal punto corretto i sui testi sulla guerriglia di strada da non essersi accorto dell'inchiostro che dalle dita gli era scivolato sul petto e sul colletto della camicia. Quella volta si dissero addio quasi immediatamente, le loro menzogne sembravano plausibili come sempre, ma entrambi sapevano che come tutte le menzogne anche le loro erano fragili e succubi del tempo. Quella storia andò avanti svariate altre volte, tra lui e lei nessuno ammise mai all'atro ciò che era chiaro ad entrambi, la gente continuò a chiamarli ipocriti e menzogneri, ma qualcuno, io ne sono certo, imparò ad apprezzarli e a capire che erano solo dei liberi poeti e non esclusivamente degli amanti superficiali.
lunedì 31 dicembre 2012
Sul finire una storia d'amore
L'ultimo ad entrare nell'ascensore fu un uomo sulla quarantina, aveva i capelli grigi tagliati a scodella, l'unghia dell'indice destro ingiallita dal fumo del tabacco e la camicia fuori dai pantaloni; aveva corso e respirava a fatica. Il pannellino numerato con i bottoncini illuminati segnava la scaletta delle prossime fermate, la gente si ignorava, c'era chi si ispezionava il sudiciume sotto le unghie della mani e chi si guardava i piedi con l'attenzione smodata che si riserva alle cose viste per la prima volta. Pietro scese all'ultimo piano con lui restarono l'uomo con i capelli a scodella e una ragazza con una maglia bianca da cui traspariva una biancheria intima merlettata. Il locale era pieno di gente, c'erano gruppetti di persone assiepate intorno a dei punti d'appoggio ed altri gruppi, più grandi ed eterogenei, al centro della pista. Le persone si spostavano in massa come placche tettoniche: scivolavano, si sovrapponevano e si mescolavano con un ordine che pareva prestabilito. La musica copriva qualsiasi tipo di conversazione che non fosse urlata, ma non riusciva a tappare o a distruggere i pensieri. Erano passati quasi due anni, era proprio l'ultimo dell'anno, erano stati bene, nascosti dal mondo, rinchiusi in casa, a fare l'amore a bere, a dormire l'uno sull'altra a svegliarsi, a rifare l'amore, camminare al freddo della mezzanotte già passata, stappando la bottiglia di spumante con piacevole ritardo. Pietro voleva ricordarsi di quel tappo, aveva l'immagine fissa del suo rimbalzo, tra una statua ed una scalinata, in quella piazza deserta. Davanti ai suoi occhi la ragazza con la biancheria merlettata agitava la testa al ritmo della musica, lui vedeva, ma non capiva, ricordava il viaggio in macchina tra le montagne, qualche lacrima e le interminabili confessioni. Cosa resta di una storia d'amore, dove finisce tutto l'amore non consumato, non usato, non finito? Le teste si agitavano sempre di più, attratte al cielo dallo scandire del tempo, alla rincorsa del nuovo anno. Si erano detti tante volte volte addio, ma forse quelle due sillabe non avevano molto significato per loro. Quel giorno di due anni fa si erano rinchiusi in una stanza fredda, in un posto isolato, tra le coperte pesanti e, rimbalzando su un materasso a molle, si erano pianti in faccia, si erano amati in faccia. L'uomo con i capelli a scodella non aveva quarant'anni, aveva il volto segnato, ma non arrivava a trentacinque, era di fianco alla ragazza con biancheria merlettata, sembravano contenti, sorridevano e le loro teste ballavano con un accordo che lasciava presagire qualcosa che in ascensore era del tutto imprevedibile. Il tempo si stava assottigliando, anche quella serata, quel momento che Pietro aveva deciso di dedicare all'oblio si era trasformato in una campagna di ricordi, il conto alla rovescia stava per cominciare, sul pannellino dell'ascensore si rincorsero i numeretti illuminati: 3-2-1. Buon anno!
venerdì 27 aprile 2012
Cambio al Binario #4
Cambio al Binario #4
Cambio al Binario è un appuntamento a scadenza irregolare dove due blog:
Chair King e Non Coprire
si danno il cambio su di un argomento comune
Cambio al Binario è un appuntamento a scadenza irregolare dove due blog:
Chair King e Non Coprire
si danno il cambio su di un argomento comune
ecco il 4#:
il postino
A
conti fatti
n.1
la
scelta è tra due paia di scarpe uno grigio e uno marrone
quando
ne arriveranno altre tutto si complicherà
n.2
alla
tv si parla di assorbenti ultra tecnologici
io
mi chiedo se le mestruazioni spariranno con l’evoluzione
n.3
il
postino mi porta una multa e pubblicità elettorali
un
velox del 23 dicembre, non ricordo era natale era la voce di Nina
Simone
n.4
pareti
di fotocopie di lotterie vincenti, la mia patente fotocopiata sul
bancone
non
rido neanche un po’ mentre vinco 25 euro al gratta e vinci
n.5
vado
al lavoro con l’auto scassata, penso cose orribili su tutto il
pianeta
gli
alberi sono noiosi e il cielo insiste troppo, tu sai d’ impiegata
postale
n.6
i
miei capi non hanno più gli occhi, non li odio perché sanno di
vittime
chissà
come fanno l’amore questi che tengono il cuore spento
n.7
a
40 anni piangerò molto di più, a 50 faccio un corso di fotografia,
a
60 mi affogherò di lacrime oppure parto per un paese emotivamente
stabile
n.8
pago
la multa che mi fate di nascosto non mi sento italiano
sulla
strada del ritorno mando un bacio all'autovelox
n.9
il
postino suona e io incrocio le dita
Michele Risi
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martedì 14 febbraio 2012
velleità #02
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