martedì 24 dicembre 2013

Speciale di Natale



































L'auto a noleggio

I fili ingarbugliati delle lampadine ad intermittenza avevano preso cinque anni e undici mesi di polvere in soffitta, in quel gennaio di cinque anni e undici mesi fa avevo tolto le lampadine dall'albero per l'ultima volta, e negli anni seguenti non avevo avuto tempo di pensare che in quel tempo si sarebbero succedute – nonostante tutto – cinque notti di natale. Era tutto uguale in casa, nulla era cambiato non mancava quasi nulla tranne il natale, quello era scomparso, estinto, prosciugatosi nella solitudine della mia camera da pranzo. Una volta ero un artista, giravo l'Europa e ritornavo a natale per stare con tutta la mia famiglia, adesso insegno a quattro passi da casa; il fine settimana bevo fino a non ricordare più il mio indirizzo. Il sabato, quando finisco con la scuola, al suono dell'ultima campanella, mi metto in tasca un foglietto con su scritto strada e numero civico di casa, a fine serata, con le ultime forze che mi restano, allungo il foglietto al tassista di turno che mi scarica davanti al portone. Mio padre vive in campagna, mia madre se ne sta tranquilla in qualche posto che ha il buon gusto di non rivelare a nessuno, i miei fratelli hanno le loro villette delimitate dai fusti sottili del bambù. Una volta gli scrivevo cartoline da Praga o da Amburgo, adesso nessuno di noi crede sia necessario alzare il telefono per chiedersi come va.

Erano passati sei anni da quando, la notte di natale, mia madre aveva detto a tutti che sarebbe andata via, erano passati sei anni e da quella sera avevo smesso di fumare, erano passati sei anni ed era il momento di provare a districare i fili e a testare le lucine ad intermittenza. La serie di lampadine era una di quelle vecchie, quelle in cui era possibile sostituire quelle fulminate, me ne servivano cinque per aggiustare il mio addobbo natalizio. Spesi una mattina intera girando a vuoto tra le bancarelle di natale decisa a trovare ciò che mi mancava. Alla fine, in una ferramenta piena zeppa di roba vecchia, trovai quelle maledette lucine, erano le ultime ed ero decisa a comprale, ma prima dovetti resistere al commesso che voleva a tutti i costi rifilarmi una nuova serie di lampadine. Sono due settimane che non bevo, quest'anno ho deciso di ricercare quel che resta del natale, ho noleggiato un auto e sto andando fino in campagna, voglio staccare mio padre dalla TV e portarlo a casa mia. Non cucinerò nulla, ho già ordinato tutto ad un ristorante spagnolo, mangeremo carne e qualsiasi cosa mangiano in Spagna il giorno di natale. Mangeremo e guarderemo l'albero illuminato dalla vecchia serie di lampadine, poi darò a mio padre un'agenda con la copertina in eco-pelle, non mi aspetto che lui mi faccia un regalo, voglio solo che si stacchi da quella cazzo di televisione. In strada la gente sembra impazzita, tutti corrono da qualche parte, per un attimo provo ad immaginarmi dove, poi lascio stare e continuo a guidare. Il paesaggio cambia in fretta, gli alberi prendono il posto dei lampioni e tutta l'autostrada sembra circondata da vacche che ruminano un erba carica di nebbia e polveri sottili. Mio padre non mi ha detto che verrà, ma io voglio staccarlo da quel cazzo di televisore, voglio portarlo in città, voglio che mangi con me la roba spagnola che ho ordinato al ristorante vicino casa. Non doveva portarsi nulla con se, un pigiama, un paio di mutande e la pasta per la dentiera, doveva solo montare in macchina e conservare un po di appetito per quella roba spagnola che ci aspettava. In macchina non mi aspettavo di fare conversazione, viaggiavamo in silenzio, lui guardava davanti con la mano sul bracciolo e io guardavo la strada. Questo viaggio, da bambina, lo facevamo all'inverso, venivamo in campagna a mangiare, venivamo in campagna per stare con i nonni. Da bambina viaggiavamo tutti ammassati dietro io, i miei fratelli, i nostri pacchi e la rabbia che nelle curve, dai sedili davanti, sballonzolata a destra e sinistra per arrivare sino al lunotto posteriore. Ad un certo punto mio padre mi disse che voleva scendere, che stava male, non feci in tempo a mettermi in una piazzola e lui stava già vomitando. Gli chiesi se aveva bisogno d'aiuto, ma lui mi intimò di restare dove ero. Volevo fare l'artista per non fare la vita dei miei genitori, oggi voglio solo che mio padre smetta di vomitare, non voglio pensare a quanto sia stato inutile fare l'artista. Mio padre continuava a vomitare, si era appoggiato alla fiancata dell'auto che avevo preso a noleggio e vomitava, erano quasi le nove, a quell'ora i ragazzi spagnoli avevano già impacchettato la nostra cena, mio padre continuava a vomitare. Mancavano ancora una trentina di chilometri, stavo osservando mio padre vomitare chiusa nella mia auto a noleggio e scoprì che qualcuno, prima di me, aveva lasciato un pacchetto di sigarette mezzo pieno nel vano porta oggetti, ne fui felice, e senza pensarci inizia a fumare nuovamente.              

sabato 21 dicembre 2013

Cambio al Binario #6


































Cambio al Binario #6

Cambio al Binario è un appuntamento a scadenza irregolare dove due blog:
Chair King Non Coprire
si danno il cambio su di un argomento comune

ecco il #6:
fatica


“lei è una che si veste con la roba di Armani, ma senza le scritte sulla maglia”
“ma chi?”
“la Chiara dai, se io avessi i suoi soldi mi comprerei i vestiti con le marche che si vedono, ma lei è una che non gli piace, è brava”
“quando arriviamo?”
“alle undici e quarantacinque, lei è una come te che studia poco, ma sa già tutto, quella camicia che aveva ieri duecentosettanta euro costa, quella lilla”
“domani siamo a mangiare da mio cugino, a mezzogiorno”
“la Chiara che personaggio, assomiglia a te”

“pronto, ciao Luigi
è no sono in treno con la nipotina più grande
Venezia
tre giorni
no poi lunedì sono al centro, mercoledì ci sono
martedì ti chiamo”

Mi ero detto vado sul treno e scrivo almeno tre facciate, ma non vien fuori niente, parlano tutti ad alta voce, io sono più riservato, se mi telefonano parlo piano mi vergogno.
Qua non salta fuori niente son dei giorni che non salta fuori niente, niente a 360 gradi.
Mi ero illuso che arrivati a una certa età, tipo 35 anni, alla vita gli davi una spinta e via che andava, invece niente, ti tocca sempre fare fatica, fatica a fare tutto.
Non me ne rendevo neanche conto, ma dentro di me, pian piano negli anni si era formata l'idea che dovevo faticare fino a una certa età poi basta, tutto sarebbe filato in automatico.
Perché quando guardo gli altri mi sembrano tutti così bravi, filano via nella vita così bene, si sono ambientati loro. Io faccio una fatica, speriamo che fra un po' mi ambiento anch'io, per ora mi sento a credito con la vita. Lei la vita mi deve qualcosa. Su cosa non mi sbilancio, prendo quel che viene.

“una volta è entrato in classe, andavano le nike silver portate slacciate, ha tirato un calcio”
“e ha rotto un vetro?”
“si, gli è partita la scarpa e ha rotto una finestra, è arrivato Rizzato il preside e gli ha chiesto i soldi,
ma non l'hanno mai riparata”

“la ci sono degli ingegneri svedesi”
“e allora?”
“vuoi che ci andiamo io e te che non sappiamo attaccare due stuzzicadenti”
“ma va la”

Michele Risi

leggi il cambio su non coprire

martedì 10 dicembre 2013

Luise





















Se Luise sapesse, se ieri, mentre mi allungava quei due wurst di Brema avvolti nella pancetta, avesse saputo di quante volte io, dalla finestra di casa, l'avevo guardata andare su e giù tra il banco e i tavoli, di tutte quelle volte che avevo urlato da solo, che avevo disperato di arrivare al giorno seguente e di rivederla, puntuale come sempre, aprire la porta del suo locale, bhè credo che se avesse saputo tutto ciò e se sapesse tutto ciò, forse non avrebbe potuto servirmi quei due wurst avvolti nella pancetta e quella montagna di patatine e crauti in aceto. Luise non lo sa, ma lei, solo lei, è la persona che mi conosce meglio qui in Austria. Luise vive con suo marito ed entrambi accudiscono il loro cane, il marito, il signor marito di Luise, è il solo che porta a spasso il cane, Luise non lo fa, non ha tempo, non ne ha di tempo lei. Il cane di Luise è un cane semplice, se solo io fossi in grado di riconoscere i cani, ovvero le razze canine e tutto ciò che c'è da sapere sui cani, io sono sicuro che non mi costerebbe nessuno sforzo riconoscere il tipo di razza del cane di Luise. Il cane di Luise fa lunghe passeggiate in spazi ridotti, solitamente si muove tra Grillparzerstraße e Raimundstraße, a volte si spinge giù fino a Wienerstraße, ma quando lo fa solitamente è per una buona ragione, per andare al tabacchino o per comprare un pacchetto di tovagliolini da tavola. Luise non sa di essere la persona qui in Austria a sapere più cose sul mio conto, lei, la signora Luise, ignora di sapere e anche per ciò non ha problemi a non servirmi o a non avermi servito delle Schnietzel per cena, lei, la signora Luise serve Schnietzel solo a pranzo e tiene chiusa la cucina dopo le 13:00. Io non so nulla della signora Luise, o meglio non so nulla che non possa sapere osservandola mentre muove la testa avanti e indietro nello spazio del suo locale, o sfregare le sue gambe nel piumino color senape che le arriva alle caviglie o trascinare il carrellino della spesa colmo di patate e olio per la frittura. Della signora Luise posso dire che è titolare o gestrice di una trattoria, una Gasthaus è così che la chiamano qui in Austria la trattoria, che ha un marito, o almeno un uomo con cui sembra essere in confidenza, che entrambi si prendono cura di un cane, che posseggono una CREISLER color petrolio, che si alza presto la mattina, che lava i capelli una sola volta alla settimana, che tinge i capelli, che lava una sola volta alla settimana, con una colorazione dai toni violacei simil prugna, che lascia che una ragazza magra e dall'aspetto attraente lavori per qualche ora al suo posto durante il primo pomeriggio nei giorni di martedì e mercoledì, che tiene chiuso il suo locale il venerdì, che il sabato e la domenica, invece, il locale è aperto solo a pranzo, che possiede ben cinque lavagnette per Tagesangebote, che una di queste lavagnette è sponsorizzata dalla birra Grieskirchner, che per alcuni giorni del mese di novembre una delle lampadine delle lampade di uno dei tre tavoli, quello al centro, non ha funzionato, che ha messo le decorazioni di natale il giorno due di dicembre, che a volte compra quello che le manca al BILLA, che usa il tram da Goethekreuzung fino a Unionkreuzung, che suo marito, il marito della signora Luise ha la tendenza ad alzare il gomito e che spesso esce dal locale, durante il pomeriggio, alquanto ubriaco barcollando e accendendosi una sigaretta, che la millantata cucina della nonna (Oma in lingua tedesca) altro non è che la cucina della stessa Luise che credo non sia nonna né madre, che ogni mezzogiorno, di ogni giorno feriale, escluso il venerdì, una squadra di operai edili, composta da un quattro uomini maturi e da un giovane apprendista, mangiano al tavolo di sinistra, del suo locale, e che uno dei cinque - non saprei chi - beve sempre una seconda birra grande alla fine del pasto, che il locale è frequentato volentieri dai ciechi della vicina scuola per ciechi, che ogni mattina un anziano signore con difficoltà motorie arriva con la sua mercedes alle dieci o dieci e un quarto per bere qualche birra e fumare qualche sigaretta, che questo signore, che arriva per bere e per fumare all'interno del locale di Luise, avvolte viene accompagnato da una donna con un'auto diversa dalla mercedes e che quest'uomo è in qualche modo imparentato con Luise stessa o con il marito della stessa Luise. Ecco la signora Luise sa ogni cosa di me, le è bastato vedermi una volta, la volta di ieri, per sapere tutto di me, ma io sapevo che la signora Luise sapeva ogni cosa di me, come nessuno può sapere qui in Austria - una nazione diversa dalla mia - dove tutti mi conoscono appena e dove io stesso ho difficoltà a parlare correttamente la lingua tedesca che è la lingua che si parla qua in Austria, anche se con qualche variante dialettale che a volte spinge gli austriaci a chimera tedesco d'Austria o austriaco il tedesco che loro parlano comunemente.  

giovedì 3 ottobre 2013

Raccolta abiti usati














Frequentavo Melania da meno di sei mesi, stavamo bene insieme e nessuno dei due si sentiva in obbligo di chiedere se voleva passare del tempo con l'altro. Eravamo originari di posti diversi, ma abitavamo nella stessa città, Melania non amava parlare del suo passato e raccontavo abbastanza storie per entrambi. A novembre di quell'anno mio fratello cadde dal ponte levatoio su cui stava lavorando, si ruppe due costole e si incrinò una vertebra, mi disse che in ospedale era attaccato a dei fili che lo tiravano e lo tenevano dritto, decisi di andarlo a trovare. A casa nessuno sapeva di me e Melania, mio padre era fuori per lavoro, partito per un viaggio all'est, forse in Ungheria; mia madre era troppo occupata con le sue opere di misericordia per interessarsi d'altro. La sera prima di partire io e Melania c'eravamo detti che ci fidavamo l'uno dell'altro, avevamo fatto l'amore e lei aveva dormito a casa mia. Quando arrivai a casa dei miei genitori iniziò a piovere e fui costretto a rovistare tra le mie cose vecchie per trovare qualsiasi indumento pesante abbastanza per non prendermi un accidenti. In soffitta era scomparso quasi tutto, c'erano sacchi con su scritto CARITAS, sembrava un centro di smistamento viveri della protezione civile. La mamma però aveva risparmiato ai poveri e ai diseredati l'umiliazione di indossare una mia vecchia giacchetta di velluto blu, così potei usarla e rendermi ridicolo come un venditore di enciclopedie. In ospedale mio fratello era in una camera con altri tre uomini ingessati e immobilizzati da qualche lato o a qualche cosa, fumavano in camera anche se era proibito, in quella stanza tutto puzzava di fumo di sigarette. Passai nel pomeriggio, durante l'orario di visite e trovai mio fratello immobile con la pancia ricoperta di carte da gioco e cenere. Luca mi disse che si annoiava e che la cosa peggiore era cagare in quella pala d'acciaio fredda e puzzolente, l'infermiere passava tre volte al giorno, se gli scappava bene, altrimenti non gli restava che stringere il culo e aspettare il giro successivo. Gli lasciai qualche pacchetto di sigarette, dei succhi di frutta e delle confezioni di noccioline salate. Dalle stanze usciva la voce confusa delle televisioni, gli ospiti si affrettavano a lasciare l'ospedale, la marcia rumorosa era regolata dall'incitamento degli infermieri di turno. Arrivato all'ascensore una mano mi strinse con delicatezza una spalla, era Lisa, la ragazza con cui avevo lavorato nel negozio di elettrodomestici l'estate prima di partire per l'università. Sembrava contenta di vedermi, mi chiese cosa stessi facendo e per quale motivo non l'avvertivo mai del mio ritorno, le dissi che avevo ricominciato a studiare, che avevo intenzione di laurearmi e che passavo poco tempo a casa e che quella volta ero lì solo perché mio fratello aveva avuto la sfiga di precipitare da sei metri d'altezza. Lisa era una ragazza simpatica, ai tempi del lavoro aveva un fidanzato stronzo che giocava a fare l'uomo impossibile, lei diceva di amarlo e non sprecava una pausa per raccontarmi tutto della sua storia d'amore, con noi lavorava anche Betti una ragazza con un naso arcuato come i ganci dei macellai. Quella sera in ospedale Lisa mi disse che la sua storia a distanza era finita, che Betti si era operata al naso e che al negozio di elettrodomestici qualcuno parlava ancora male di me. L'accompagnai al parcheggio, io ero in metro, lei mi offrì un passaggio che rifiutai ma poi, quando mi chiese se avevo voglia di bere qualcosa con lei e con Betty, quella sera stessa, le dissi di si, così salimmo entrambi sulla sua macchina e andammo in un bar al centro commerciale dove Betty, il suo nuovo naso e il suo vecchio fidanzato ci stavano aspettando ad un tavolino per quattro. Betty stava davvero bene, la sua faccia sembrava completamente diversa rispetto al ricordo che ne avevo, era raggiante, sorrideva tantissimo e la prima cosa che mi disse quando mi vide fu che stavo benissimo con quella giacca di velluto. Le dissi che odiavo quella giacchetta, ma che se lei la trovava carina forse poi non era tanto male. La serata trascorse in maniera tranquilla, Lisa e il fidanzato di Betty, un tipo di cui non ricordo il nome, a volte si estraniavano dal discorso, a parlare era quasi sempre Betty, mi faceva domande su qualsiasi cosa e io le rispondevo inventandomi storie inverosimili. Quando decidemmo di andare via Lisa si offrì di riaccompagnarmi a casa, ci salutammo e quando Betty si alzò in piedi notai che oltre alla sua faccia mi ero dimenticato anche delle sue belle tette. In macchina Lisa mi disse che da quando Betty si era fatta rimettere a posto il naso era cambiata, disse che sembrava una cagnetta con il culo per aria, mi disse che tradiva il suo ragazzo e che trovava tutto ciò orribile. Pensai che era solo invidiosa, quando mi chiese se io avevo qualcuno di speciale, io gli risposi me stesso senza fare cenno alcuno a Melania. Quando arrivammo a casa ci promettemmo vagamente di tenerci in contatto, poi corsi in bagno guardai la giacchetta e composi il numero di Betty.        

   

venerdì 9 agosto 2013

Summer Guest (Libera incoerenza)
























Un ospite estivo non è prerogativa esclusiva delle località balneari, anche in città succede che quasi senza chiederlo arrivi qualcuno a trovarti


Libera incoerenza

alle 3.40 di notte squilla il cellulare di un fornaio al lavoro. la bottega è l’unica illuminata nella via.
continua a squillare.
è un altro fornaio di certo. chi sennò?
la famiglia dorme serena nella casa al mare affittata per agosto.
mi trattengo fuori dalla porta lasciata aperta per far entrare il fresco. vengo perciò a scoprire che i vecchi fornai del centro hanno una rete di solidarietà in estate: nel mese abbandonato dai clienti privati, approfittare delle fatiche estive dei concorrenti sarebbe facile per accaparrarsi i clienti più grandi ed esigenti (alberghi, ristoranti …). allora si chiamano e fissano un orario comune per iniziare ad infornare. così che il pane per le grandi consegne esca tutto più o meno allo stesso orario.
sorrido di quella ingenuità: quanti fornai ci saranno in periferia? quanti avranno dimensioni tali da non essere raggiungibili? quanti non raggiunti da questa rete?

la libera concorrenza non è del vecchio mo(n)do.

giovedì 18 luglio 2013

Scheda Anagrafica #1



































Scheda anagrafica è una nuova sezione letteraria del blog. Attraverso scheda anagrafica si censiranno una serie di persone e sarà data la possibilità a chi ne avesse bisogno, di leggere la biografia letteraria di alcuni personaggi la cui vita biologica è stata, per puro caso, trasformata in un soggetto narrativo. Come spesso accade in letteratura, il formato di scheda anagrafica nasce da un errore, in questo caso dall'incapacità di Minio Gerato, addetto all'ufficio anagrafe del comune di Sheltrasse in Sila, di adempiere correttamente al suo lavoro. Mino, il cui compito era quello di registrare nascite e decessi del piccolo paese della Sila, aveva una strana forma di handicap psichico che non gli permetteva di leggere e compilare moduli e schedari che richiedevano risposta secca. Mino si ostinava a compilare le schede con lunghe descrizioni narrative che, rilette oggi, hanno un sicuro interesse letterario. Scheda anagrafica è quindi la trascrizione fedele del lavoro dell'impiegato comunale Minio Gerato. Per motivi di chiarezza i testi sono stati epurati da errori ortografici e da incongruenze lessicali e si è provato ad accordare i tempi verbali.

La reliquia della santa

L'intervento a me richiesto da un ragazzotto alto quanto basta e completamente cotto dal sole su faccia, braccia e collo, dovrebbe, stando a quello che credo sia il protocollo in questo caso, spettare a qualcuno afferente all'archivio ecclesiale della diocesi/arcidiocesi di Munro. Nel nostro comune le doti dei santi si trovano incolonnate su quelle tavole di legno dipinte in modo da apparire ai più come lastre di marmo. Gli artigiani ingannano la mente di chi li crede abili scalpellini per mezzo dell'illusione della pittura. Tavole dalle venature grigie, azzurre e rosate distese su bianchi cerulei di minio e ossido di zinco che senza troppa fatica ingannano l'occhio pigro del fedele immediatamente assorto nella contemplazione della grandezza del santo. Quelle tavole dipinte non appaiono dissimili per qualità e forma alle stesse rocce su cui sono incisi i nomi di dignitari e imperatori di Roma. Questi uomini, questi abili truffatori, non si vedono costretti a scolpire a fatica nel duro della pietra i nomi, gli aggettivi, gli appellativi e tutte quelle qualità di quegli uomini noti agli uomini per le cose prodigiose che non sono comuni a tutti gli uomini. Nelle loro botteghe solcano con pace e con poco sforzo assi di fibra tenera, tavole profumate e lisce. Questi artigiani resistono al buio delle loro botteghe e ignorano l'umidità che dal fiume risale sino a Sheltrasse in Sila, ignorano affanni e reumatismi non si curano dell'artrosi e stringono nelle mani strumenti anneriti dal tempo fumando sigarette senza filtro sino ad incenerirsi, con il tabacco incandescente e scoppiettante, le nocche delle loro povere mani. Sono questi artigiani coloro i quali con i loro bulini o con gli scalpellini affilati, mettono in riga parole e numeri di encomio su tombe dipinte e belle che qui, tutti intorno, possono essere viste. Queste tenere lapidi offrono almeno per un attimo al visitatore la possibilità d'immaginare la grandezza del magnifico santo barrato da pietre marce. Della santa in questione, di una santa che ebbe a passare nella nostra cittadina in tempi recenti, si sa che si è meritata il titolo che porta grazie alle sue doti di salvatrice di quelle anime che agli occhi dei più sembravano perse. Si dice fosse in grado di sopportare il freddo e la puzza di case e baracche, parlare con donne e bambini. Donna di cui si preannunciava anche in vita la santità, santa che ascoltava gli irosi e sanava i dubbiosi. Non la si vedeva rallegrasi dei risultati ottenuti, aspirava al bene di tutti portando nel cuore la tristezza dell'utopia. Della santa si conserva un vasto corredo di reliquie, oggetti comuni che, pur non avendo nulla di santo nella loro banalità, divennero santi per transustanziazione nell'attimo dell'assunzione in cielo della donna. Unghie, capelli di colori diversi, scaglie di pelle, tessuti resistenti, tele finissime, lacci, cera di candele, grumi di sapone, denti, monete, fermagli, stringhe, molliche di pane, setole cascate da spazzolini, incrostazioni di sebo su manici e bastoni, bastone, polvere di magnesia, pastiglie, legacci, pelle di cotenna e tante altre cose di cui mi è stata detta l'esistenza, ma di cui non mi è stato elencato il nome. Il ragazzo con la sua faccia bruciata, la sua pelle rinsecchita e il suo collo striato come quello di un gallo è arrivato all'ufficio anagrafe richiedendomi di aggiornare le doti della santa e aggiungere una fiaschetta alla nota delle reliquie della stessa. Il ragazzo sostiene di essere un canoista di non aver mai faticato in vita sua se non con la pagaia e contro le rapide dei fiumi, dice di aver appreso tutto ciò che sa sulle onde d'acqua dolce dalla santa stessa. Il giovane sostiene che la santa fosse una esperta delle rapide, che domasse con destrezza ogni tipo di percorso, avversità e imprevisto. Nella fiaschetta vi è, a quanto detto dal giovane, un rigurgito acido della santa riversato dalla stessa al suolo dopo aver ingerito grande quantità d'acqua e pericolo a bordo della canoa di legno; sopravvissuta a una serie innumerevoli di onde, avrebbe, secondo il racconto fattomi, espulso di getto  ciò che restava della morte ficcandosi due dita in gola. Sostiene il giovane che l'atto dell'esser usciti incolumi dal fiume in quella circostanza e con quelle condizioni, non può essere ascrivibile alle sole doti - pur eccellenti  - da canoista della santa e che tutto deve essere considerato un evento che lui, a mio parere con una certa superficialità, definisce miracoloso. Aggiunge inoltre il giovane che, nello stesso momento in cui la santa riversava liberamente al suolo i residui liquidi dello scampato pericolo sotto forma di rigurgito acido,  egli stesso, illuminato e guidato da una forza - a cui non riesce a dare un nome - si è sentito in obbligo di raccogliere l'evidenza dell'accaduto nella sua fiaschetta personale. Detto ciò mi sento costretto a rimandare nelle mani di qualcun altro l'accertamento e l'individuazione - tra le molte doti della santa - di capacità  nella pratica della canoa. Inoltre, dato per certo che la scienza - anche quella fenomenicamente banale - non rientra per nulla tra le mie conoscenze, chiedo a chi ne abbia competenza di analizzare il contenuto acido del flacone di cui il ragazzo resta unico custode. In qualità di impiegato dell'anagrafe posso solo sostenere che il bruno della pelle del giovane potrebbe essere ascrivibile ad una continua, duratura e passiva esposizione al sole, esposizione a cui sono soggetti tutti coloro che sono soliti usare la canoa canadese. 

Minio Gerato

lunedì 8 luglio 2013

Indesit















La storia del mio frigorifero è indissolubilmente legata a quella della mia vita. Entrambe, quella dell'elettrodomestico e quella biografica, sono storie semplici senza picchi di pathos, potrebbero essere raccontate da chiunque e di certo non meritano di essere scritte, raccontate, conservate, tra le storie che forse un giorno contribuiranno alla storia di questo paese. Queste sono parole di cui si può fare tranquillamente a meno, ma se ho deciso di raccontarla è perché su quanto sto per dire non c'è nulla da dire ed io per pigrizia preferisco fare ciò che mi richiede sforzi sommari e non duraturi piuttosto che articolate riflessioni della cui rinuncia non ci si perdonerebbe. Rinunciare in questo momento alla lettura non sarebbe un'atto delittuoso, una tragedia, ma piuttosto una scelta condivisibile una scelta che chiunque (io stesso che sono l'oggetto a cui si rinuncia) potrebbe comprendere e in maniera implicita giustificare. Vi prego quindi di non giudicarmi se credete che sia altrettanto inutile preannunciare l'inutilità stessa di ciò che si sta per dire, preferisco farlo sin d'ora e fare ammenda nei confronti di chi si aspetta di trovare in queste poche parole un briciolo di senso.

Il frigorifero Combi Indesit era arrivato in casa nel 1988. Il suo enorme vano congelatore mi faceva pensare alle casette dell'Edenlandia in cui a otto anni sarei andato ad abitare volentieri. Era grande, grandissimo, qualcosa di tanto grosso da chiedersi “come ha fatto a passare dalla porta?” Mio padre ci lavorava all'Indesit e quel frigorifero l'aveva visto crescere e correre sulla catena (di montaggio). I suoi racconti avevano qualcosa di creazionistico, lasciavano trasparire la soddisfazione d'aver contribuito a trasformare lamiere, plastica, poliolo e isocianato in qualcosa di funzionante, di vivo. Ci parlava del freon: nel frigorifero c'era il freon, il motore pomapava freon nelle serpentine per raffreddare il vano interno, il freon era un gas e come ogni gas non andava disperso nell'ambiente, il freon era inodore, il freon lo tenevano in bombole più leggere delle nuvole. Sapeva tutto di quel frigorifero, l'aveva seguito furtivamente con lo sguardo mentre passava sul nastro metallico, per il resto si era affidato allo sguardo di tutta quella gente che c'aveva messo mano sulla carcassa marrone del Combi. Una massa di gente che lo afferrava, lo girava, lo tirava e poi ancora fili carrucole e braccia meccaniche, verricelli sospesi che tenevano quel parallelepipedo a mezz'aria sopra le teste di tute blu sparpagliate in gruppetti intorno a postazioni invisibili. Gli occhi di mio padre erano gli occhi di tutti “Argo che tutto vede”. Occhi che al collaudo immaginavano caselle sempre più difficili di parole crociate, quattro verticale, caselle lasciate vuote e il comodino la sera prima di andare a letto. Va lasciato a riposo qualche ora prima di metterlo in funzione, il gas - il freon - deve avere il tempo di ritornare al suo posto, quelle ore le abbiamo passate ad osservare e ad abituarci alla mole di quel colosso piombato in cucina.

Certo non era quello il momento di tirare conclusioni, di incrociare le mani dietro al capo e di osservare la magnificenza del proprio lavoro. Non lo era allora e non lo è adesso, perché dopo quel frigorifero, mio padre ne ha seguiti altri, non tutti, ma buona parte di quei trecento che giornalmente vedeva passare mentre correva in bici tra una macchina e l'altra per fare il suo mestiere di manutentore. Io non ho un parere al riguardo ma a chi me lo chiede rispondo che le fabbriche sono disumane perché qualcosa fa sì che queste fabbriche lasciano che in ogni uomo resti sempre accesa una certa fiammella creazionista, gli operai si illudono di plasmare un oggetto, di terminare qualcosa. Tutto va contro le regole di quel carosello che nessun riuscirà mai a veder fermo. Non esiste il prodotto finito, non esiste la fase completa e anche all'ultima donna che imballa la carcassa del frigo con il polistirolo e chiude lo scatolone con il nastro adesivo, non è concesso di essere soddisfatta per aver compiuto quanto gli era stato assegnato. E' disumano non concede all'uomo la possibilità di mettere sulle cose la parola fine. Ecco allora che le teste vanno oltre i finestroni sporchi di polvere da cui passa la poca luce naturale del giorno, la gente sogna, nessuno può impedire a nessun altro di andare col culo fuori dagli stabilimenti. Sullo schermo degli occhi aperti si materializzano il nuovo pavimento di casa con piastrelle in cotto, oppure il ciondolio dell'arbre magic nella FIAT 131 di colore grigio metallizzato. La vita finisce solo fuori dal girotondo della catena ed è là fuori che passa il macchinone lungo guidato dai becchini, vetri oscurati e motore diesel, t'accompagna al camposanto. L'autista magari rallenta, guarda il parcheggio della fabbrica dove una volta lavorava anche lui, è semi vuoto, poi strappa via con violenza l'ultima boccata ad una sigaretta oramai esausta e la scaraventa via, sull'asfalto bucherellato che una volta era calpestato da migliaia di operai con il naso all'ingiù.

Non può essere negata la speranza di essere ascoltati, d'altronde pur essendo questa una storia senza storia, un racconto di morti, è pur vero che ai vivi, a quelli che restano, qualcosa va pur detto. Si combatte sempre, in ogni istante per non lasciare che le storie dei nostri elettrodomestici siano solo il racconto di cocomeri tenuti al fresco, ecco quindi quello che so dell'ultimo sciopero. Il corteo, mi hanno detto, è sfilato per le stesse strade dove di solito si cammina in macchina; qualcuno ha fatto sapere ai giornalisti che non lascerà che le cose finiscano così come chi dice di aver vinto ha già scritto sugli stessi giornali. I ragazzi invecchiati con contratti a tempo determinato fumano sigarette di contrabbando e controllano le foto degli amici su facebook. Il corteo era davvero poca cosa e tutti quegli occhi che una volta guardavano scorrere l'adolescenza degli elettrodomestici adesso stavano ai margini ad osservare imparziali. In paese tutti hanno lavorato, avuto a che fare, salutato, passato, giocato, bestemmiato, intralciato, goduto, pianto per l'Indesit, ma oggi il divano in pelle e il figlio nella guardia di finanza sembrano essere un valido motivo per non parteggiare con nessuno. Forse non parteggerebbero per se stessi nemmeno gli stessi operai, disgregati e affranti, ridotti a poltiglia e pronti a baciare mani cinte d'anelli per un nuovo impiego.
Il sole inizia ad essere caldo e per le strade i cumuli d'immondizia attirano i primi insetti affamati, le autorità locali incerottano fasce tricolori la cui integrità non potrà, in nessun modo, essere presa in prestito. Il vociare diventa sempre più confuso, i bambini strillano e sbraitano senza argomentare in direzione degli stessi padri che dovrebbero garantirgli un futuro. Le madri invece tengono i loro ragazzi guinzaglio come cani, sperano che siano le ragnatele a fermare le zanzare e sono sicure che prima o poi tutto andrà per il verso giusto.
All'ora delle comunicazioni televisive erano già tutti pronti ad osservare il profilo migliore, a sguainare parole come spade nazionali a mettere un'altra voce nelle voci dell'ovvio.


Il frigorifero l'hanno sostituito con un affare più grande, cose da non crederci, litri da riempire, lamiere sempre più grosse e difficili da piegare. Nel cassone deve esserci ancora la maglia, la maglia del Toro sponsor Indesit, lana spessa, due chilogrammi con sudore, mia madre forse risparmierebbe volentieri la centrifuga a quelle vecchie fibre, ma d'altronde si sa che i morti non saranno mai al sicuro dai nemici se questi continuano ad averla vinta.