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giovedì 10 luglio 2014

Un pittore dilettante







































«Non so di preciso come faccia a funzionare la memoria, ovvero non so se vi siano delle componenti fisiologiche particolari che ci permettono di ricordare una cosa piuttosto che un altra, fatto sta che credo di possedere un ottima memoria!»

Quando ho capito che l'articolazione del mio ginocchio destro era cronicamente infiammata sono ricorso alle cure di un medico che, dopo alcuni esami diagnostici, mi ha consigliato delle sedute da una fisioterapista sua amica. Il primo giorno di trattamento ho confessato alla fisioterapista che il suo studio, una stanzetta completamente bianca illuminata da una lampada a soffitto schermata da un pannello che ne diffondeva la luce, mi ricordava tantissimo la sala dove l'odontoiatra mi aveva preso il calco della bocca per il mio primo apparecchio ortodontico e che, mentre ero disteso sul suo lettino non riuscivo a dimenticare quella sensazione di soffocamento che provai all'ora, mentre l'odontoiatra mi ficcava in bocca 100 grammi buoni di gesso al gusto di menta. La fisioterapista mi chiese perché mai la sua lampada a soffitto mi ricordasse la mia prima macchinetta odontoiatrica e io gli spiegai quelle che erano le sensazioni che avevo provato da ragazzino, facendogli anche l'elenco dettagliato degli oggetti che c'erano nello studio del dentista. Gli descrissi in che modo le ombre della stanzetta in cui lei mi trattava il ginocchio mi avevano indotto a risvegliare la memoria del mio primo traumatico intervento odontoiatrico. La fisioterapista mi chiese che lavoro facessi e le dissi che ero disoccupato e poi, mentre passeggiavo sul suo tappetino in gomma piuma e lei mi osservava gambe e piedi, iniziò a parlare con un tono di estrema professionalità spiegandomi che quel mio ricordo era all'interno di una sacca di memoria sensoriale visiva e che, all'interno della nostra mente, possono esserci sia ricordi iconici che ricordi a persistenza visiva, e che vi è inoltre, una memoria uditiva fatta come una specie di registro sonoro e vocale ben distinto. Le sedute dalla fisioterapista furono quattro in totale, iniziò col manipolarmi la coscia destra poi passo al polpaccio e poi al piede e alla caviglia, ogni volta, mentre sfregava ossessivamente su i muscoli intorpiditi, mi dava delle piccoli lezioni di fisiologia sulla memoria sensoriale.

A volte la mia memoria mi crea dei piccoli problemi, spesso le persone confondono le mia buone capacità mnemoniche con stati appartenenti a sfere più intime e personali; la gente infatti, crede che io sia particolarmente affezionato a loro solo perché sono in grado di ricordare per lungo tempo la loro voce o i lineamenti del loro volto. C'era per esempio un pittore dilettante che si guadagna onestamente da vivere facendo l'impiegato di banca in una filiale del Banco di Brescia, in passato, questo pittore dilettante aveva provato a contattarmi, all'epoca lavoravo per una squallida galleria d'arte. Il pittore dilettante mi aveva proposto alcuni dei suoi lavori, io avevo sempre reindirizzato le sue richieste ai capi della galleria, qualche volta il pittore dilettante era anche passato a trovarci in galleria, io gli avevo lasciato anche il mio numero di telefono e lui mi aveva chiamato per chiedermi come era la situazione in galleria. Quel pittore dilettante era una persona comune, piena di cose comuni da dire e vestito come tutti con gli abiti presi in sconto da Coin. Da quei nostri contatti sporadici non era accaduto mai nulla di memorabile eppure la sua voce, leggermente nasale e il suo accento ibrido, mi sono rimasti in testa. Ma a quel pittore dilettante è meglio non concedere troppe attenzioni, infatti, un lunedì pomeriggio mentre uscivo di casa, ricevetti una chiamata al cellulare. Sullo schermo vidi comparire un numero di telefono sconosciuto, il prefisso era quello dell'area urbana di Brescia, risposi al telefono e mi accorsi che era il pittore dilettante
«Ciao» disse una voce nasale e dall'accento ibrido «ti ricordi di me?»
«Ciao» risposi senza indugiare e con l'aria di uno che risponde alla chiamata di un amico o di un conoscente con cui a volte beve un caffe «mi ricordo di te.»
«Ma allora ti ricordi davvero di me?» disse la voce all'altro capo del telefono.
«Certo» feci io.
«Fantastico» fece lui come soddisfatto e, dopo il breve tempo che gli ci volle per riprendere fiato, iniziò a raccontarmi la parte della sua vita da pittore dilettante che non conoscevo e che mi ero perso in quei quattro anni in cui non ci eravamo ne sentiti ne visti. Io lo ascoltai per quasi cinque minuti senza interromperlo, ma ad un certo punto capii che il pittore dilettante stava fraintendendo la mia disponibilità ad ascoltarlo e che iniziasse a pensare che io fossi davvero interessato alle sue cose da pittore dilettante quindi, mentre lui continuava a parlare, io cominciai a riflettere sul modo e sul momento più opportuno per fugare quel malinteso, quel fraintendimento.
«... si capisco» dissi ad un tratto, senza paura di interrompere l'elenco alfanumerico delle mostre da hobbista, attaccando poi con ciò che mi stava particolarmente a cuore «sai pittore dilettante, se mi ricordo di te non è perché io ritenga il tuo lavoro particolarmente meritevole o perché, in qualità di rappresentante di un ex istituzione commerciale dedita alla vendita di opere d'arte – sai nel frattempo non lavoro più in galleria – vi possano essere prospettive lavorative e commerciali per la tua attività da pittore dilettante, in realtà ricordo vividamente la tua voce e riconosco distintamente la tua parlata dall'accento ibrido... ma continua pure, ti ascolto.»

Il pittore dilettante bofonchiò ancora qualche parola, ma nulla che avesse a che fare con la sua attività di hobbista pittore, la comunicazione si interruppe e io non ebbi più notizie dirette di quel pittore dilettante, ma ho saputo, attraverso un amico che lavora nel magazzino di un mobilificio di Rezzato, che quel pittore dilettante continua a dipingere e che ha organizzato delle mostre di pittura all'interno di sei grossi negozi di arredamento sparsi nell'entroterra delle provincie di Brescia, Mantova e Cremona. Di questa cosa, di questa che mi ha detto il mio amico che lavora a Rezzato, sono molto contento, lo sono perché almeno il pittore dilettante non si è dato all'alcol, ne ha iniziato a fracassare i vasi per strada, ne ha provato a urlare cose sconce alla fermata del bus, ne a scrivere frasi con vernice rossa sui muti, insomma nonostante quella mia confessione, credo che il pittore dilettante sia ancora contento e creda ancora di poter migliorare il mondo con il suo lavoro, o almeno le provincie di Brescia, Mantova e Cremona. 

giovedì 6 dicembre 2012

La dottrina liberista ispira lo stile comportamentale dell'economia e della finanza



























Arrivarono senza che me ne accorgessi: suole felpate e respiro azzerato, cazzo. A dispetto di una forma fisica non del tutto invidiabile - il capo era calvo e, a giudicare dall'ingiallimento dell'unghia dell'indice della mano destra, un fumatore incallito - agili come capre di montagna sui pannelli in ferro zincato dell'impalcatura. Erano abituati a salire scalette, a scovare, a cercare a seguire e ad annuire a menzogne grosse come le betoniere piene di calcestruzzo, erano spregiudicati o forse solo estremamente coerenti con il loro lavoro di merda. 
Cecilia aveva mal di pancia, le fasi peggiori erano alle spalle, ma non bisognava starsene troppo tranquilli; passava gran parte delle sue giornate a letto, si alzava per andare al cesso o per bere un po di caffè - anche se il medico lo sconsigliava - era al quarto mese e ormai si trattava solo d'essere pazienti. 
La multa fu salata e il balzo sul balcone non bastò a persuadere gli ispettori che eravamo due semplici ladri. Sull'impalcatura c'erano il trapano, le sigarette e quelle maledette persiane tirate giù ci sbugiardavano; per non parlare poi di quei cazzo di pantaloni schizzati di quarzo e ducotone che erano come un'attestato professionale. Quando ebbero finito mi lasciarono tra le mani un foglietto verde che pesava da fare schifo, tutt'intorno non c'era nessuno, alla vista degli ispettori erano scomparsi tutti. Un cantiere fantasma fatto di attrezzi abbandonati e signori con le scarpe impolverate acquattati dietro a silos di malta premiscelata. 
Cecilia aveva ancora le labbra sporche quando feci ruotare la chiave nella serratura di casa. 
- Cosa ci fai qua?
- E tu perché continui a bere caffè?
Poggiai la multa sul tavolo in cucina, non era l'unica cosa da pagare quella settimana, ma di certo quella di cui non avevo voglia di parlare. Non c'era bisogno di dire nulla; Cecilia capì senza che io aprissi bocca, calzò le sue pantofole da sposina bianche su cui resistevano le macchie secche dei primi vomiti della gravidanza  e scomparve sotto le coperte del nostro letto. Entrai anche io in camera, le mie scarpe lasciarono una scia polverosa bianca di cui mi sarei occupato più tardi, stetti un attimo impalato come un idiota poi aprii la bocca ma le parole se ne restarono attaccate al culo, impaurite e senza la forza di uscire allo scoperto. Cecilia emerse dal triplo strato di imbottitura che appesantiva e riscaldava il nostro letto, vedendomi balbettare si mise a ridere scomparendo nuovamente sotto quelle maledette coperte sintetiche. La sua voce uscì poco dopo, ridotta in volume dall'azione fonoassorbente di quel coibendaggio casalingo, ma alla forma non faceva difetto una sola virgola del contenuto:
- Non ho capito perché hai paura, non capisco per quale motivo balbetti, non capisco perché resti lì fermo e non riesci a chiedermi con parole tue quello che il volto dice al posto della tua voce. Quando ci siamo sposati, quando hai voluto che scappassimo, non ho messo sotto una pietra quel giuramento che sapevo essere ne più ne meno che un urlo temporaneo di soddisfazione. No guarda, non un urlo ma un  gridolino, lo stesso che esce dalla bocca dell'adultero e che suona come uno strozzato "t-ti-a-mo" all'orecchio sudato dell'amante tradito. Non esistono promesse che non tengono conto del momento ed è per questo che non esistono promesse, o almeno non ne esistono di indissolubili, incontrovertibili. La migliore non va più in là del tempo necessario alla sua pronuncia, come quella che, con un filo di voce, esce di bocca al morente sul letto da dove sa che non si alzerà mai più. La tua era la promessa dell'entusiasmo, della soddisfazione passeggera, a te sembrava permanente e invece era, nel momento stesso in cui l'hai pronunciata, destinata a morire, muoiono le promesse, così come fanno i passeri prigionieri delle vetrate. Non ti ho mai chiesto d'essere l'uomo di granito, non credo che componendo il numero di mio padre cancellerò parte di quella che tu credi essere la tua dignità. Conosco quelle parole che non dici e credo che non dicendole gli unici a rimetterci saranno i nostri occhi, le nostre gambe i nostri raffreddori, aggravati dal buio, dal freddo e dall'accumularsi delle nostre bollette. Se credi che la dignità non abbia un prezzo, io credo che quel prezzo sia segnato su di un bollettino postale e allora lascia che sia io ad occuparmene, e lascia pure che sia mio padre a pagarla. Ora se esci, se vai via di qua sarò io a chiamarlo e a chiedergli di assumerti, non preoccuparti, non rubiamo nulla, non mettiamo nulla nel saccone, non lanciamo le mani nel cestino delle offerte, lui avrà premura di romperti il culo sui cantieri di lasciarti sputare tutti i denti attaccati alle gengive, ma d'altronde non l'avrebbe fatto ugualmente se non fossimo scappati e non avrebbe fatto lo stesso qualsiasi altro datore di lavoro? Non preoccuparti e non prendertela a male se rido, non rido perché sulla tua faccia c'è lo stesso pallore delle mie nausee, ma rido dell'inutilità della nostra miseria, ora esci per favore e se puoi preparami un caffè e ricordati che anch'io ti amo.

mercoledì 3 novembre 2010

Torino


















Facevano sempre discorsi brutti in bar bellissimi, come al bar Motta di piazza Statuto, un posto con un solo cameriere che faceva tutto: serviva i due piani e con la telecamera, puntata verso il pavimento in fibra laminato, teneva sottocchio quelli che non riusciva a controllare agitando la carpa pelata tra lo schermo a otto pollici e la cassa. Stavano discutendo di cose che, ad ogni parola, devastavano sempre più la loro tranquilla bevuta; i problemi di salute di lui, le vie del cuore di lei. Le parole si attaccavano come didascalie ai vasetti oblunghi in vetro entro i quali giacevano fiori secchi spruzzati con colori spray e ricoperti di brillantini. I bicchierini di tequila divennero troppi: chiesero una bottiglia. Il cameriere gli mollò uno sguardo in cui si leggeva tutta la sua sfiducia nel genere umano, un urlo dal piano inferiore costrinse l'uomo, glabro e solerte, a spostare la sua attenzione altrove. Un nero all'ingresso stava alzando la voce con un frocio sudamericano che, investito da una marea di parole sputate in un italiano gutturale e spurio, si difendeva schermandosi il volto con entrambe le mani. Il cameriere afferrò una scopa e, tenendola stretta nella parte alta del manico, iniziò a brandirla verso i due litiganti tanto da spingersi fuori al suo locale.

-Cazzo amico sono un cazzo di cliente - fece il nero, mostrando il suo drink - ho diritto a stare in sala. 
 -Hai il dovere di non piantar grane - disse il cameriere protetto dalla sua scopa.
 
Aveva seguito il cameriere e, approfittando della baruffa combattuta con materiali per le pulizie, aveva preso due bottiglie di vodka.
 
-Andiamo - le disse - finiamo da un'altra parte.
 -Cosa?
 -Ti ho detto di seguirmi.
 
In basso la situazione era peggiorata; le bottiglie tintinnavano nella borsa in tessuto di lei, il nero aveva oramai afferrato la mazza della scopa e, facendo forza sullo spazzolone, spingeva il cameriere all'interno. I ragazzi filarono via passando di fianco ai litiganti; il cameriere vedendoli rimase indeciso, per un'attimo pensò alle 6 tequila non pagate, ma allo stesso tempo decise di salvarsi il culo dalla furia dei due clienti, il frocio, infatti, s'era schierato col suo vecchio persecutore scalciando in direzione del cameriere con una grazia tutt'altro che femminea. Prima di immettersi in corso San Martino i ragazzi si voltarono verso il bar, la desolazione plumbea di novembre gli permetteva di sparire con le due bottiglie, condannando, la carpa pelata del cameriere a subire in solitudine un pestaggio nel suo bar .
Il mattino era arrivato in fretta, erano entrambi sbronzi, la notte l'avveravano passata a correre dietro al collo delle due bottiglie; a piazza della Repubblica - schienati su due cartoni di patatine Pai - potevano sentire il fiotto di piscio di un marocchino a poca distanza da loro. Il collo; sarebbe impazzito prima o poi. Il martellio costante e il pulsare improvviso dei nervi gli provocava capogiri molto più forti di quelli della sbronza; gli schizzi rimbalzavano sulle pareti di vetro del mercato e andavano a depositarsi irregolarmente sulle scarpe tremolanti del marocchino. Aveva gli occhi chiusi, era lì che sorrideva come una cretina, la gola aperta ai lampioni e il sangue marrone che, nella zona liminale della macchia, andava seccandosi contrastando con la felpa rossa e profumata. Il cane stava schiumando, la saliva bianca e secca si impastava con il sangue rimasto attaccato ai peli del muso. Quando lui aprì gli occhi era troppo intontito dal dolore, vide il marocchino urlare, un grido senza fonesi, e dirigersi verso di loro. Quando il calcio colpì le anche del pastore tedesco i segni di paresi muscolare erano già sopravanzati. Gli occhi di lei erano ancora chiusi; la bestia non si dimenò ulteriormente, poi fu il coma e la morte.